domenica 31 gennaio 2010

Geraldina Colotti, La guardia è stanca, Cattedrale 2010, ISBN: 9788895449890






Esce nelle librerie la terza raccolte di poesie di Geraldina Colotti (13.50 E, 112 pagine), La guardia è stanca, dopo gli sfacciati e ironici Versi cancellati (Roma 1997) e le spine e i muri di Sparge rosas (Lecce 2000). Un filo viene annodato lungo tutte e tre le raccolte, è il filo dell'impegno, della lotta, della sopravvivenza. La guardia è stanca è il bisogno di porre un argine, un limite, di mettere in chiaro come stanno le cose. Poesia che è una pietra dura, un sasso, una roccia. La guardia è stufa di tanto accapigliarsi, parlare addosso. Con un colpo di fionda, l'Assemblea costituente è chiusa. Con la stessa immediatezza dell'esclamazione del comandante della guardia, Geraldina rintraccia le orme del passato nel presente, e limpidamente, con l'impegno che la contraddistingue, legge quel presente con crudezza e lucidità. Le poesie di Geraldina sono pietre, scogli di uno stretto, una zona di confine, un sottile interstizio posto tra personale e storia, una crepa che da queste stesse pietre viene smascherata: il confine non si vede più, è l'autrice ad aver tessuto e annodato la piazza che si sveglia alle proprie cicatrici di pietra.



dalla quarta di copertina:

COME SONO FATTI I PRESAGI?

Come strane cartoline dipinte con i piedi e con la bocca da artisti dozzinali e mutilati? In questa terza raccolta di versi, Geraldina Colotti prosegue il suo originale percorso, confrontandosi ancora con l’universo accidentato della vita, dell’impegno e del disincanto. Dire poesia civile è riduttivo. Siamo all’incrocio fra i territori dell’io e quelli della storia. Siamo nel punto in cui la drasticità della scelta si ribalta nel grottesco della burla, e nell’amaro della solitudine. È una sorta di doppio gioco, evocato nell’esclamazione che dà titolo al libro. Stanco è il marinaio che, irridendo i notabili borghesi, chiude il parlamento russo decretando il sopravvento del potere bolscevico. Stanco è il militante del Novecento, perplesso e spaesato di fronte a un tempo cinicamente dimentico di classi, lotta e disciplina. In queste pagine, Geraldina Colotti conferma la sua ripugnanza per ogni genere di arroganza o vittimismo. I momenti più intensi, ancora una volta, sono quelli dedicati agli anni Settanta, alla lotta armata e al carcere. Ma l’Italia allucinata di oggi emerge con forza in brevi lampi di invettiva e di ironia. È uno spazio, quello del reale sfigurato, a cui l’io non può sottrarsi anche dettando i suoi verbali più intimi. A conti fatti, graffia la parola che mette in gioco se stessa nell’inventario sterminato del mondo.

da Carmilla on line, recensione di Valerio Cuccaroni:
A cinque anni di distanza dal suo ultimo libro, Certificato di esistenza in vita, raccolta di racconti pubblicata da Bompiani, con La guardia è stanca Geraldina Colotti torna a interrogare, in versi stavolta («versi ciechi / di rabbia che consuma»), le coscienze dei lettori, sempre più incupite da «questo grigio tempo bastardo / che teme la vita».
Giornalista de «il manifesto», responsabile dell'edizione italiana del mensile «Le Monde diplomatique», reduce da 27 anni di carcere per la sua militanza nelle Brigate Rosse, Colotti è una di quelle scrittrici italiane di cui è impossibile trascurare la biografia, sebbene questa non oscuri mai l'opera, grazie a quel raro dono della leggerezza che permette all'autrice di evitare accuratamente le paludi dell'autobiografismo.

Così come in Certificato di esistenza in vita distanziava la materia della narrazione attraverso la finzione, nelle sue poesie, a partire da Versi cancellati (1996) e Sparge rosas (2000), Colotti dosa sapientemente la componente engagée con una vivissima e destabilizzante carica ironica.
Assolutamente non domestica, eventualmente si potrebbe definire carceristica (per decenni essendo stato il carcere la sua dimora), verrebbe da dire che Colotti è un poeta incivile, perché richiama continuamente, sottotraccia, la necessità di rovesciare il sistema. A partire dal sistema linguistico.
Le armi usate sono quelle dell'ironia, dunque, e della polisemia. L'ironia è la cifra dell'intera raccolta, ma esplode in tutta la sua perturbante carica soprattutto in una poesia che sembra parlare dell'igiene orale e, allo stesso tempo, alludere alla lotta armata: «Kit / Odontovax / Ricarica doppia / Azione totale / Ma attenzione / a non ledere / papille interdentali / [...] / Semtex / Ricarica doppia / Pasta gengivale / Saltano corone / tremano poltrone / sotto il trapano» (Ricarica doppia). Gli oggetti di consumo si rovesciano in strumenti di contestazione, il linguaggio del supermercato diventa la lingua della poesia, secondo un procedimento teorizzato nel poemetto dada Le teste di Modì: «Luogo mio da cui / Non si vede luogo, / batti le mani e canta, / mia lingua rovesciata / afferra l'anima per la vita / portala con te al supermercato».
La polisemia, caratteristica intrinseca della lingua che si oppone all'univocità, diventa strumento per opporsi al pensiero unico: dal calembour, che toglie la parola all'avversario disarmandolo - «Contro il liberismo, / versoliberismo» (Poeticanti) - all'antanaclasi, che ha portata argomentativa - «Guerra santa in Terra santa» -, e alla paronomasia - «fai buon viso / al cattivo giogo» (Recinti).
In Sparge rosas il discorso era frammentario, formato da testi isolati, reperti di anarchia linguistica, gli unici possibili, del resto, quando ancora l'orizzonte era quello chiuso della Vita galera («Vita non vita / esercizi di stile / esercizi di bile»). Ne La guardia è stanca i giochi di parole, gli agguati al linguaggio sono inseriti in un piano di sviluppo: le sezioni Ai soli distanti, Le teste di Modì, Genova 2001, Palestina, Neve funzionano come altrettanti capitoli di un romanzo breve in versi, un romanzo di controinformazione, che, in forma ellittica, com'è proprio della poesia, dà conto non solo della sorte degli sconfitti (i soli distanti, i guerriglieri, i terroristi sconfitti, rifugiati a Parigi: «il sole inutilmente chiede asilo», in Rive gauche) ma anche, e soprattutto, delle nuove forme di ribellione e resistenza (le «rondini inquiete» di Genova 2001, i Palestinesi, i migranti dei Cimiteri marini, per i quali «La morte arriva puntuale / il mare a forza nove / entra nella stiva / porta alla deriva»).
La figura dominante non appartiene più a quelle di parola o di suono, come accadeva nelle raccolte precedenti, ma è una figura di pensiero: l'allegoria. I ragni, le rondini, la luna, le rose, i soli, il fiume, il deserto, i topi, che affollano La guardia è stanca sono altrettante figure allegoriche che simboleggiano strategie (i ragni), stagioni calde (le rondini), utopie (la luna), conquiste (le rose), rivoluzionari (i soli) e rivoluzione (il fiume), sconfitte (il deserto), tradimenti (i topi).
La guardia è stanca, sin dal titolo che richiama la celebre esclamazione con cui il marinaio anarchico bolscevico Zeleznjakov sciolse l'Assemblea costituente nella Russia liberata dell'ottobre 1917, si presenta come un appello ai nuovi figli di una delle tante ribelli del secolo scorso, «dee delle due di notte / dotte / o bollite a metà disperate / però simpatiche mi hai detto» (Amiche).
La situazione storica sfavorevole, del resto, non è ignorata («Dov'è il sacro / Se il dio degli assassini / Dentro il tubo catodico / Ha l'alito di vino? // Sotto i guanti il sangue / della democrazia imperante», Le teste di Modì), anzi è assunta come dato di fatto da cui ripartire: come recitano i versi conclusivi, è «Ancora inverno / nessun palazzo preso / ma abbiamo ancora inverno / per impastare neve» (Neve).

In copertina foto di Simona Granati

E' in preparazione la presentazione a Roma, per altre presentazioni contattare l'autrice: geraldinacolotti@gmail.com

martedì 12 gennaio 2010

CONTROMANO IN CITTA'

documentario presentato al Giardino dei Ciliegi (FIrenze) nell'ambito di



giovedì 22 ottobre 2009

il Laboratorio di studi femministi “Annarita Simeone” Sguardi sulle differenze

presenta:


venerdì 30 ottobre 2009, ore 16.00

DIECI ANNI DI LABORATORIO

proiezione del documentario

IL CORPO DELLE DONNE

di Lorella Zanardo

con la partecipazione di Cristina Comencini



intervengono:

Pina Maturani (presidente del Consiglio provinciale)

Elisabetta Vezzosi (Società italiana delle storiche)

Eleonora Carinci (laboratorio Sguardi sulle differenze)


modera: Fabrizia Giuliani


aula Odeion, edificio ex facoltà di Lettere

Università La Sapienza

piazzale Aldo Moro, 5 - Roma





Calendario 2009-2010

LE ALTRE, GLI ALTRI.

SGUARDI SULLE DIFFERENZE

http://www.sguardisulledifferenze.org


23-24 novembre 2009

CHE GENERE DI LINGUA?

IL SESSISMO E IL POTERE DISCRIMINATORIO DELLE PAROLE

convegno



18 dicembre 2009

GENERE E SPAZIO VISIVO



22 gennaio 2010

DUE VOLTE GENITORI

un documentario sull’essere genitori di omosessuali



19 marzo 2010

GENERE E NARRAZIONI POSTCOLONIALI



23 aprile 2010

SPIVAK: LA SUBALTERNA PUÒ PARLARE?



21 maggio 2010

POLITICA, MEDIA, ATTUALITÀ: DOV’È LA VOCE DELLE DONNE?

tavola rotonda

lunedì 28 settembre 2009

Sesso e politica nel postpatriarcato




Artcock

Maria Luisa Boccia, Ida Dominijanni, Tamar Pitch, Bianca Pomeranzi, Grazia Zuffa


Pubblichiamo il testo di convocazione di un incontro nazionale che si terrà il 10 ottobre alla Casa Internazionale delle donne di Roma (Via San Francesco di Sales 1, h. 10). L’incontro è pubblico e la partecipazione è aperta a donne e uomini interessate/i.

Lo scambio tra sesso, potere e denaro, nel caso-Berlusconi, parla del degrado della cosa pubblica. Dell’uso privato delle istituzioni e del potere. Dell’asservimento dell’informazione - non tutta, ma la maggior parte -, con conseguente aggressione ai pochi spazi di libertà e di critica.
Ma resta oscurato, nella rappresentazione che ne è stata data, quello che è il cuore della vicenda: la sessualità maschile e il rapporto con le donne di un uomo di potere. Ci troviamo di fronte a una sessualità e a un potere maschili che si esercitano su donne ridotte a corpi rifatti, per essere oggetti compiacenti di consumo. Nell’harem, a pagamento o meno, di Berlusconi la virilità è messa in scena come protesi del mito del capo. E le donne sono disponibili, perché subalterne a quella messa in scena. O al più interessate a uno scambio. Siamo all’eterno ritorno dei ruoli tradizionali? L’uomo al centro, da vero protagonista, le donne intorno, interscambiabili, accomunate e confuse in una stessa immagine? Noi pensiamo di no.
La vicenda sessuale e politica del premier e della sua corte ci parla, al contrario, del dopo-patriarcato: intendendo con questo termine non la risoluzione, ma una nuova configurazione del conflitto fra i sessi. La sessualità maschile è, in tutta evidenza, in crisi. Non (solo) di prestazione, con relativo corredo di protesi tecnologiche e farmacologiche: bensì di desiderio, e di capacità di relazione. Gli uomini hanno ancora potere e lo usano nei rapporti con le donne. Ma è un potere senza autorità: nudo, come è nuda la miseria di una virilità tradizionale che si tenta di ripristinare contro la destabilizzazione dei ruoli sessuali provocata da quarant’anni di femminismo.
Quanto a noi donne. Siamo davvero tutte accomunate in quell’immagine del corpo femminile plastificato, privo di cervello e oggetto del godimento maschile? O c’è uno scarto tra la fiction del femminile allestita dal regime televisivo e politico berlusconiano e la realtà delle vite e dei desideri delle donne? Certamente, quella fiction produce effetti di realtà e ha un forte potere di colonizzazione dell’immaginario e delle aspirazioni femminili. Tuttavia noi crediamo che fra quella fiction e la realtà uno scarto resti, e che proprio questo scarto abbia reso possibili le parole e i gesti di libertà di alcune donne coinvolte nella vicenda, prima tra tutte Veronica Lario, e di quante fra noi hanno dato a quelle parole e a quei gesti rilevanza politica.
Si può dunque, e come, lavorare sullo scarto tra fiction e realtà? Spetta a noi leggere la condizione femminile inforcando le lenti giuste per riconoscere tracce di libertà e forme di resistenza e dissociazione che si sviluppano anche laddove la politica e l’informazione non le vedono. In donne differenti tra loro, e anche in quelle in tutto dissimili dalle femministe di ieri e di oggi.
Vistoso è, nello scambio fra sesso, potere e denaro, il degrado della politica. Lo si denuncia sempre oscurandone, però, il segno sessuato. Certo, non è di oggi la perfetta continuità fra le aziende-spettacolo del presidente e il suo uso privato della cosa pubblica e delle istituzioni. Ma la novità è che il premier-imprenditore dispensa, in cambio di sesso, un provino da velina o un posto da parlamentare come fossero equivalenti. E ancora: Berlusconi si appella al «gradimento degli italiani», pubblico (l’audience) e privato (la complicità sulla sua presunta prestanza sessuale) per sottrarsi a qualsiasi regola di democrazia e di trasparenza. Di più: il «gradimento» legittima la menzogna, o meglio crea la verità di regime «della maggioranza».
Ma la politica così degradata perde ogni residua autorevolezza. Lo conferma il modo in cui tutta questa vicenda (non) è stata affrontata nelle istituzioni politiche. Per mesi, uomini e donne della maggioranza, ma anche dell’opposizione, si sono attestati sulla linea Maginot della distinzione fra il pubblico e il sacro «privato dell’alcova». Il disprezzo verso le donne è stato coperto con le accuse al «moralismo dei parrucconi». E la manipolazione della verità ad opera dei media controllati dal premier con il rifiuto del gossip.
Anche negli appelli alla mobilitazione in nome della democrazia e dei diritti, però, la questione sesso e potere resta opaca. Perché oggi, come e diversamente dagli anni ’70, quell’intreccio chiama in causa una trasformazione radicale della politica, e un’autocritica ruvida delle connivenze culturali dell’opposizione con il berlusconismo. Ed è troppo scomodo per i partiti di opposizione, presenti in parlamento e non, perché mette in questione il patto a cui tutti si attengono nella selezione e cooptazione del ceto politico, femminile e maschile.
Mai come oggi i rapporti tra i sessi sono il cuore della politica. Dopo la rivoluzione femminile, nel disordine del presente, si può e come riprendere parola su sessualità e politica? A partire da quali esperienze di relazione (o non) con gli uomini? Da quale desiderio? C’è da confrontarsi sui mutamenti del presente. Sono molte le donne che oggi si sentono schiacciate dalla suddetta fiction del femminile, e invocano una nuova stagione di lotte femministe. Ma c’è da chiedersi quanto siamo state disposte a rischiare, ciascuna nel suo contesto, perché «il modello dominante» fosse meno visibile o meno coccolato, e di converso il pensiero femminista fosse registrato, la parola femminile diventasse più autorevole, la bellezza femminile non venisse colonizzata.
La questione dirimente è quella delle pratiche femminili quotidiane di resistenza, conflitto, secessione, autonomia, libertà. Sono queste le pratiche che hanno reso forte il femminismo in Italia e altrove, e molecolare la trasformazione dei rapporti fra i sessi che la fiction berlusconiana combatte e occulta, ma non vanifica. Come valorizzare queste pratiche, sottraendole all’occultamento? Come rilanciare il senso politico della libertà femminile, strappandola al suo stravolgimento in libertà di competere sul mercato del corpo? Come dare alla parola femminile una forza più duratura dell’indignazione?
Di tutto questo invitiamo a discutere donne e uomini il 10 ottobre, h.10, alla Casa internazionale delle donne di Roma.

domenica 13 settembre 2009

Autonomia Operaia: due appuntamenti






cena di autofinanziamento mercoledì 16, alle ore 21 al Nido di Vespe, via degli Arvali 13 a.


presentazione del libro "Autonomia Operaia. Scienza della politica e arte della guerra dal '68 ai movimenti globali" di Emilio Quadrelli, sarà presente l'autore, sabato 26 settebre, ore 10, Villa Mirafiori, via Carlo Fea 2.



Combat su Autonomia Operaia:

A 40 anni dal ’69, non possiamo ridurci alle commemorazioni, nè alle rimpatriate nostalgiche, tantomeno indulgere in mitizzazioni.
Per noi c’è l’esigenza di un bilancio che sappia cogliere la lezione storica del quarantennio ’69-2009, di una riflessione che porti ad alcune conclusioni operative.
In definitiva, per superare gli eterni ed inconcludenti dibattiti salottieri tra sopravvissuti e le adunate di combattenti (pochi) e reduci (tanti), più che rinvangare i “bei tempi”, si tratta di utilizzare i “bei tempi” per i futuri tempi, meno certi e fors’anche “meno bei”.
Il cuore della lezione del ’69 sta, secondo noi, nel rapporto tra movimenti ed organizzazioni.
Per questo, pensiamo utile riproporre, alla luce dell’esperienza della “guerra dei 40 anni”, la questione dell’organizzazione, contro l’odierno praticismo immediatista di certo movimentismo senza movimenti, e contro il catacombismo dei “testimoni di Marx”, eterni templari a difesa del sepolcro della teoria.
La questione dell’organizzazione va posta nel senso della lotta per l’organizzazione, cioè di un dato instabile, non preconfezionabile, non riconducibile ad alcuna fondazione estetica, ne ad alcun esercizio di immagine.
L’organizzazione è un processo di interlocuzione, di innervamento con il movimento reale, che contesta e tendenzialmente supera anche tante nostre inveterate ruggini abitudinarie.
Questo processo carsico si è avvalso negli ultimi 2 decenni di una propria intelaiatura informale, caratterizzata da 2 nodi, nel tempo affrontati e sciolti: il nodo dell’internazionalismo, liberato dal nazionalismo delle “lotte di liberazione”, ed il nodo della partecipazione elettorale, evoluta dall’astensionismo tattico all’antiparlamentarismo strategico.
Oggi, a 40 anni dal ’69, si pone ed impone il 3° nodo, quello dell’organizzazione.
Per noi, scioglierlo significa proiettarci nel futuro utilizzando il passato, i tanti errori commessi, le poche intuizioni, le molte sconfitte, le episodiche vittorie.