martedì 17 marzo 2009
lunedì 16 marzo 2009
L'intervento di Pia Covre di fronte alle commissioni riunite Giustizia e Affari costituzionali del Senato in data 27 gennaio 2009
Attraverso le ordinanze dei sindaci, in anticipo sul ddl che si sta discutendo, si è avviata nel paese una criminalizzazione delle persone che esercitano la prostituzione. Questo le espone a metodi e turni di lavoro pericolosi per la incolumità psicofisica e le costringe ad allearsi con soggetti criminali per sopravivere. Perché è evidente che la prostituzione per le più svantaggiate è un mezzo di sopravivenza, anzi spesso l’unico mezzo possibile.
Inoltre la repressione si fa senza considerare che la prostituzione di strada riguarda in buona parte donne e minori stranieri di entrambi i sessi vittime di sfruttamento. In pratica si criminalizza le vittime e non gli sfruttatori.
Volutamente si ignora che la lotta allo sfruttamento non si realizza con l’eliminazione della prostituzione di strada, visto che violenza, sfruttamento, riduzione in schiavitù già sono presenti in una parte della prostituzione al chiuso esercitata negli appartamenti o in locali notturni.
Si ignora che chi si prostituisce non commette reati contro terzi ma spesso li subisce (violenze, stupri, rapine, sfruttamento, riduzione in schiavitù).
In questo modo si sottraggono risorse alle forze dell’ordine e alle attività di indagine e contrasto verso il crimine, congestionando ulteriormente gli uffici giudiziari.
Il problema così si nasconde non si elimina, concretizzando il rischio che ancora di più le reti criminali organizzino lo sfruttamento della prostituzione al chiuso, magari in palazzine interamente dedicate a questo e comprate a prezzo di saldi data la crisi del mercato.
C’è bisogno di protezione dei diritti di chi fa lavoro sessuale e di chi è prostituita. Di opportunità per una maggior integrazione sociale. Contrasto delle reti criminali che sfruttano e non delle reti di sostegno come avviene applicando il reato di favoreggiamento anche alle stesse lavoratrici che si aggregano per auto-difendersi. Si dovrebbe pensare a un modello coperativistico di organizzazione di questo lavoro.
E’ necessario individuare nel territorio più aree da destinare a “zoning flessibili” dove si possa liberamente incontrare la domanda con l’offerta, e dove ci siano i requisiti per proteggere l’integrità fisica delle/dei lavoratrici/ori del sesso, attivare un intenso lavoro di riduzione del danno con Unità di Strada per la prevenzione sanitaria e per conoscere il fenomeno e il contesto in cui si deve agire. Esistono già esperienze che ne hanno dimostrato la fattibilità come a Mestre.
Vorrei però anche dire che tante lavoratrici/ori del sesso vorrebbero maggiore rispetto per la loro libera scelta ed essere riconosciute come lavoratrici. Persone che non desiderano cambiare attività e che non ritengono accettabile questa linea proibizionista che le vuole rendere criminali. Molte che già lavorano in appartamento lamentano la esagerata discrezionalità della legge che consente alle polizie di chiudere i loro appartamenti e impedire di lavorare anche in proprio. Sarebbe tempo di cambiare l’attitudine verso il lavoro sessuale, qualunque sia il territorio dove una persona decide di esercitare, perché di fatto nel lavoro sessuale in primis i territori sono i nostri corpi, con i quali ci esponiamo sul mercato del sesso commerciale. Corpi di donne, trans, straniere e italiane su cui si esercitano la violenza di genere, razzista, e anche istituzionale. Chiediamo politiche che ci liberino dalla violenza, violenza che è generata dal sistema sociale delle disuguaglianze in cui si fonda la violenza di genere, ma anche la violenza istituzionale conseguenza delle leggi proibizioniste sulla migrazione e sulla prostituzione. Spesso vedo passare come in un film 2000 anni di storia della prostituzione: vedo donne in carcere, ai lavori forzati, nei campi di sterminio nazisti, razziate dagli eserciti come bottino di guerra, messe al rogo, rinchiuse nei manicomi e nei sifilocomi, in certe epoche poche si salvavano, solo le sottomesse. Una repressione delle donne prostitute durata secoli non è bastata a eliminare il fenomeno. Solo poche ci hanno lasciato storie meno brutali: le prostitute sacre che erano rispettate, le cortigiane che avevano una posizione sociale quasi rispettabile, le donne perdute ma salvate dall’amore. Noi del terzo millennio non vorremmo finire i nostri giorni in carcere per aver venduto un po’ di amore.
Siamo consapevoli che il fenomeno è complesso e che vanno fatte scelte coraggiose includendo nelle decisioni le dirette interessate che possono essere una risorsa utile per trovare soluzioni funzionali.
Se vi fosse un autentico desiderio di liberare il mondo dalla prostituzione non sarà possibile farlo con la repressione come si è visto nei secoli di storia.
Sarà necessario sconfiggere la povertà nel mondo e accrescere le opportunità sociali e lavorative per donne e transessuali di tutte le età per ridurre drasticamente l’offerta di prostituzione dettata dai bisogni di sopravivenza. Non è difficile se si eliminano le spese per le guerre e si investe sullo sviluppo sostenibile non consumistico dei popoli.
E infine per ridurre la domanda di sesso commerciale è indispensabile pianificare per i prossimi 50anni a cominciare dalle scuole elementari l’educazione dei giovani, in particolare maschi, in tema di sessualità, differenza di genere e pari opportunità. Nonché rispetto delle differenze e dei Diritti Umani.
Inoltre la repressione si fa senza considerare che la prostituzione di strada riguarda in buona parte donne e minori stranieri di entrambi i sessi vittime di sfruttamento. In pratica si criminalizza le vittime e non gli sfruttatori.
Volutamente si ignora che la lotta allo sfruttamento non si realizza con l’eliminazione della prostituzione di strada, visto che violenza, sfruttamento, riduzione in schiavitù già sono presenti in una parte della prostituzione al chiuso esercitata negli appartamenti o in locali notturni.
Si ignora che chi si prostituisce non commette reati contro terzi ma spesso li subisce (violenze, stupri, rapine, sfruttamento, riduzione in schiavitù).
In questo modo si sottraggono risorse alle forze dell’ordine e alle attività di indagine e contrasto verso il crimine, congestionando ulteriormente gli uffici giudiziari.
Il problema così si nasconde non si elimina, concretizzando il rischio che ancora di più le reti criminali organizzino lo sfruttamento della prostituzione al chiuso, magari in palazzine interamente dedicate a questo e comprate a prezzo di saldi data la crisi del mercato.
C’è bisogno di protezione dei diritti di chi fa lavoro sessuale e di chi è prostituita. Di opportunità per una maggior integrazione sociale. Contrasto delle reti criminali che sfruttano e non delle reti di sostegno come avviene applicando il reato di favoreggiamento anche alle stesse lavoratrici che si aggregano per auto-difendersi. Si dovrebbe pensare a un modello coperativistico di organizzazione di questo lavoro.
E’ necessario individuare nel territorio più aree da destinare a “zoning flessibili” dove si possa liberamente incontrare la domanda con l’offerta, e dove ci siano i requisiti per proteggere l’integrità fisica delle/dei lavoratrici/ori del sesso, attivare un intenso lavoro di riduzione del danno con Unità di Strada per la prevenzione sanitaria e per conoscere il fenomeno e il contesto in cui si deve agire. Esistono già esperienze che ne hanno dimostrato la fattibilità come a Mestre.
Vorrei però anche dire che tante lavoratrici/ori del sesso vorrebbero maggiore rispetto per la loro libera scelta ed essere riconosciute come lavoratrici. Persone che non desiderano cambiare attività e che non ritengono accettabile questa linea proibizionista che le vuole rendere criminali. Molte che già lavorano in appartamento lamentano la esagerata discrezionalità della legge che consente alle polizie di chiudere i loro appartamenti e impedire di lavorare anche in proprio. Sarebbe tempo di cambiare l’attitudine verso il lavoro sessuale, qualunque sia il territorio dove una persona decide di esercitare, perché di fatto nel lavoro sessuale in primis i territori sono i nostri corpi, con i quali ci esponiamo sul mercato del sesso commerciale. Corpi di donne, trans, straniere e italiane su cui si esercitano la violenza di genere, razzista, e anche istituzionale. Chiediamo politiche che ci liberino dalla violenza, violenza che è generata dal sistema sociale delle disuguaglianze in cui si fonda la violenza di genere, ma anche la violenza istituzionale conseguenza delle leggi proibizioniste sulla migrazione e sulla prostituzione. Spesso vedo passare come in un film 2000 anni di storia della prostituzione: vedo donne in carcere, ai lavori forzati, nei campi di sterminio nazisti, razziate dagli eserciti come bottino di guerra, messe al rogo, rinchiuse nei manicomi e nei sifilocomi, in certe epoche poche si salvavano, solo le sottomesse. Una repressione delle donne prostitute durata secoli non è bastata a eliminare il fenomeno. Solo poche ci hanno lasciato storie meno brutali: le prostitute sacre che erano rispettate, le cortigiane che avevano una posizione sociale quasi rispettabile, le donne perdute ma salvate dall’amore. Noi del terzo millennio non vorremmo finire i nostri giorni in carcere per aver venduto un po’ di amore.
Siamo consapevoli che il fenomeno è complesso e che vanno fatte scelte coraggiose includendo nelle decisioni le dirette interessate che possono essere una risorsa utile per trovare soluzioni funzionali.
Se vi fosse un autentico desiderio di liberare il mondo dalla prostituzione non sarà possibile farlo con la repressione come si è visto nei secoli di storia.
Sarà necessario sconfiggere la povertà nel mondo e accrescere le opportunità sociali e lavorative per donne e transessuali di tutte le età per ridurre drasticamente l’offerta di prostituzione dettata dai bisogni di sopravivenza. Non è difficile se si eliminano le spese per le guerre e si investe sullo sviluppo sostenibile non consumistico dei popoli.
E infine per ridurre la domanda di sesso commerciale è indispensabile pianificare per i prossimi 50anni a cominciare dalle scuole elementari l’educazione dei giovani, in particolare maschi, in tema di sessualità, differenza di genere e pari opportunità. Nonché rispetto delle differenze e dei Diritti Umani.
Razzismo di stato, di Anna Maria Rivera, Il Manifesto, 13 marzo 2009
La «preferenza nazionale» era uno slogan del Front National francese in voga negli anni '80. Ma il Front National è un partito di estrema destra che mai è stato accolto in un governo. Che oggi siano due ministri della Repubblica italiana - prima Bossi, oggi il più compassato Sacconi - a proporre la preferenza nazionale, rispettivamente sulla casa e sui lavori stagionali, è cosa che fa rabbrividire. Non solo ci conferma ciò che temiamo: l'uscita a destra dalla crisi. Ma ci prospetta che la torsione reazionaria sarà perseguita attivamente e incoraggiata.
Il disegno è chiaro e riecheggia le fasi più cupe della storia del Novecento. Già oggi ne è in atto un dispositivo fondamentale, quello che mira a dirottare l'incertezza del futuro e il disagio popolari verso i più deboli fra i deboli: i rom e i migranti più precari. La costruzione dell'«emergenza-stupri», con il corollario forcaiolo di innocenti mostrificati e additati tramite i media al pubblico ludibrio, a questo serve: ad aizzare il «razzismo dei piccoli bianchi», così che coloro che vedono minacciati i propri scarsi privilegi possano sfogare frustrazione e rabbia su coloro che sono socialmente più vicini ma un po' più in basso.
La gestione autoritaria e razzista della crisi economica esige uno stato di eccezione permanente. E questo colpisce non solo stranieri e minoranze, ma gli stessi cittadini italiani maggioritari. Il pacchetto-sicurezza contiene misure persecutorie contro gli «estranei» ed anche norme miranti a reprimere il dissenso, il conflitto sociale, la libertà di espressione. Fino a conferire al ministro dell'Interno la facoltà di sciogliere gruppi «eversivi» e di oscurare siti telematici che invitino «a disobbedire alle leggi». In questa strategia, il circolo vizioso del razzismo di Stato - razzismo mediatico, xenofobia popolare - occupa un posto centrale: si reprime il dissenso e il conflitto sociale e nel contempo, con l'aiuto decisivo dei media, si additano capri espiatori verso i quali è possibile indirizzare la protesta di ceti popolari colpiti dalla crisi economica. I capri espiatori a loro volta sono resi più vulnerabili ed attaccabili dagli effetti della crisi, dalla privazione della casa e del lavoro, ma soprattutto da norme persecutorie che mirano ad umiliarli, emarginarli, de-umanizzarli, negando loro diritti umani elementari: il diritto alla salute e alla famiglia, il diritto di mandare del denaro a casa e perfino di riconoscere i propri figli...
Ci sono modi e modi per uscire da una crisi che, certo, è globale ma si riflette in modo particolarmente pesante su paesi, come l'Italia, devastati da politiche neoliberiste e dalla debolezza e incoerenza dei sistemi di protezione sociale. Obama cerca d'indicare l'uscita della solidarietà e della coesione sociale, dell'incremento dei diritti dei più deboli, della difesa delle minoranze. La destra che ci governa e i poteri che rappresenta additano la strada della «cattiveria» e del razzismo, sperando così che rancori e conflitti orizzontali permettano loro di restare in sella. È accaduto più volte nel corso della storia. Ma il fatto che sia uno schema classico non ci rassicura affatto.
Il disegno è chiaro e riecheggia le fasi più cupe della storia del Novecento. Già oggi ne è in atto un dispositivo fondamentale, quello che mira a dirottare l'incertezza del futuro e il disagio popolari verso i più deboli fra i deboli: i rom e i migranti più precari. La costruzione dell'«emergenza-stupri», con il corollario forcaiolo di innocenti mostrificati e additati tramite i media al pubblico ludibrio, a questo serve: ad aizzare il «razzismo dei piccoli bianchi», così che coloro che vedono minacciati i propri scarsi privilegi possano sfogare frustrazione e rabbia su coloro che sono socialmente più vicini ma un po' più in basso.
La gestione autoritaria e razzista della crisi economica esige uno stato di eccezione permanente. E questo colpisce non solo stranieri e minoranze, ma gli stessi cittadini italiani maggioritari. Il pacchetto-sicurezza contiene misure persecutorie contro gli «estranei» ed anche norme miranti a reprimere il dissenso, il conflitto sociale, la libertà di espressione. Fino a conferire al ministro dell'Interno la facoltà di sciogliere gruppi «eversivi» e di oscurare siti telematici che invitino «a disobbedire alle leggi». In questa strategia, il circolo vizioso del razzismo di Stato - razzismo mediatico, xenofobia popolare - occupa un posto centrale: si reprime il dissenso e il conflitto sociale e nel contempo, con l'aiuto decisivo dei media, si additano capri espiatori verso i quali è possibile indirizzare la protesta di ceti popolari colpiti dalla crisi economica. I capri espiatori a loro volta sono resi più vulnerabili ed attaccabili dagli effetti della crisi, dalla privazione della casa e del lavoro, ma soprattutto da norme persecutorie che mirano ad umiliarli, emarginarli, de-umanizzarli, negando loro diritti umani elementari: il diritto alla salute e alla famiglia, il diritto di mandare del denaro a casa e perfino di riconoscere i propri figli...
Ci sono modi e modi per uscire da una crisi che, certo, è globale ma si riflette in modo particolarmente pesante su paesi, come l'Italia, devastati da politiche neoliberiste e dalla debolezza e incoerenza dei sistemi di protezione sociale. Obama cerca d'indicare l'uscita della solidarietà e della coesione sociale, dell'incremento dei diritti dei più deboli, della difesa delle minoranze. La destra che ci governa e i poteri che rappresenta additano la strada della «cattiveria» e del razzismo, sperando così che rancori e conflitti orizzontali permettano loro di restare in sella. È accaduto più volte nel corso della storia. Ma il fatto che sia uno schema classico non ci rassicura affatto.
venerdì 13 marzo 2009
Teme la denuncia e non va in ospedale prostituta muore di Tbc, rischio contagio, di Mara Chiarelli, La Repubblica, 13 marzo 2009
Il caso. Bari, per i sanitari la donna era malata da mesi: una semplice visita poteva salvarla
Il primario: la tubercolosi va curata subito, basta un colpo di tosse per contrarla
BARI - Era clandestina da alcuni mesi, per vivere faceva la prostituta e per paura non è andata in ospedale: è morta per tubercolosi polmonare avanzata, e dunque altamente contagiosa. E ora scatta l'allarme sanitario: Joy Johnson, la giovane nigeriana di 24 anni, trovata agonizzante da un cliente venerdì sera nelle campagne alle porte di Bari, potrebbe aver contagiato decine di persone che avevano avuto rapporti con lei, gli stessi soccorritori e i connazionali del centro d'accoglienza dove per un mese aveva vissuto. Per precauzione ieri è stato chiuso l'istituto di medicina legale del Policlinico. E medici e poliziotti invitano chi avesse avuto rapporti con la nigeriana a contattare il più vicino ospedale.
Quella di Joy era una tragedia annunciata. All'arrivo dei sanitari del 118, Joy Johnson, da novembre in città, perdeva sangue dalla bocca. La ragazza era malata da diversi mesi, ma se si fosse sottoposta a un esame del sangue o a una radiografia, oggi sarebbe ancora viva. L'allarme, ora, e l'invito a farsi controllare è rivolto ai clienti e a tutti coloro che dal 14 novembre (data di arrivo al Cara di Bari) hanno avuto contatti ravvicinati con lei. Tra questi, quell'uomo che, usando il telefono cellulare di Joy Johnson, ha chiesto aiuto alla polizia.
"La tubercolosi va curata subito - dichiara il primario di Pneumologia del Policlinico di Bari, Anna Maria Moretti - perché anche le forme inizialmente non contagiose, senza terapia adeguata, lo possono diventare". Basta un colpo di tosse per contrarla, visto che si diffonde per via aerea. "È consigliabile sottoporsi a un test, l'intradermo reazione alla turbercolina, da fare in ospedale - spiega la specialista - Si tratta dell'inoculazione sotto cute di una sostanza che produce una reazione, da monitorare a casa per tre giorni. Se fosse positiva, va fatta la radiografia al torace, ma questo lo deve decidere il medico".
Si associa all'invito, ridimensionando l'allarme, il questore di Bari, Giorgio Manari: "E' idoneo e opportuno - dichiara - rispettare ciò che un medico e le autorità sanitarie dicono in questo senso". Subito dopo aver ricevuto il referto dell'autopsia, effettuata dal medico legale Francesco Introna, il pm incaricato delle indagini, Francesco Bretone ne ha dato comunicazione alle Asl, come prevede la legge. Immediati è scattata la profilassi nel Cara e nei confronti di chiunque abbia avuto contatti con la giovane donna, anche dopo il decesso. In caso di contagio accertato, la terapia, di tipo farmacologico, è lunga (dai sei ai nove mesi) ma dà il controllo totale della malattia.
Bisogna però, sostengono i medici, tenere più alta l'attenzione su una patologia che, considerata scomparsa, si sta nuovamente manifestando in Italia a causa di due fattori: scarsa prevenzione e l'arrivo di extracomunitari che si portano dietro malattie endemiche nei loro Paesi, come la tubercolosi e l'Aids.
Il primario: la tubercolosi va curata subito, basta un colpo di tosse per contrarla
BARI - Era clandestina da alcuni mesi, per vivere faceva la prostituta e per paura non è andata in ospedale: è morta per tubercolosi polmonare avanzata, e dunque altamente contagiosa. E ora scatta l'allarme sanitario: Joy Johnson, la giovane nigeriana di 24 anni, trovata agonizzante da un cliente venerdì sera nelle campagne alle porte di Bari, potrebbe aver contagiato decine di persone che avevano avuto rapporti con lei, gli stessi soccorritori e i connazionali del centro d'accoglienza dove per un mese aveva vissuto. Per precauzione ieri è stato chiuso l'istituto di medicina legale del Policlinico. E medici e poliziotti invitano chi avesse avuto rapporti con la nigeriana a contattare il più vicino ospedale.
Quella di Joy era una tragedia annunciata. All'arrivo dei sanitari del 118, Joy Johnson, da novembre in città, perdeva sangue dalla bocca. La ragazza era malata da diversi mesi, ma se si fosse sottoposta a un esame del sangue o a una radiografia, oggi sarebbe ancora viva. L'allarme, ora, e l'invito a farsi controllare è rivolto ai clienti e a tutti coloro che dal 14 novembre (data di arrivo al Cara di Bari) hanno avuto contatti ravvicinati con lei. Tra questi, quell'uomo che, usando il telefono cellulare di Joy Johnson, ha chiesto aiuto alla polizia.
"La tubercolosi va curata subito - dichiara il primario di Pneumologia del Policlinico di Bari, Anna Maria Moretti - perché anche le forme inizialmente non contagiose, senza terapia adeguata, lo possono diventare". Basta un colpo di tosse per contrarla, visto che si diffonde per via aerea. "È consigliabile sottoporsi a un test, l'intradermo reazione alla turbercolina, da fare in ospedale - spiega la specialista - Si tratta dell'inoculazione sotto cute di una sostanza che produce una reazione, da monitorare a casa per tre giorni. Se fosse positiva, va fatta la radiografia al torace, ma questo lo deve decidere il medico".
Si associa all'invito, ridimensionando l'allarme, il questore di Bari, Giorgio Manari: "E' idoneo e opportuno - dichiara - rispettare ciò che un medico e le autorità sanitarie dicono in questo senso". Subito dopo aver ricevuto il referto dell'autopsia, effettuata dal medico legale Francesco Introna, il pm incaricato delle indagini, Francesco Bretone ne ha dato comunicazione alle Asl, come prevede la legge. Immediati è scattata la profilassi nel Cara e nei confronti di chiunque abbia avuto contatti con la giovane donna, anche dopo il decesso. In caso di contagio accertato, la terapia, di tipo farmacologico, è lunga (dai sei ai nove mesi) ma dà il controllo totale della malattia.
Bisogna però, sostengono i medici, tenere più alta l'attenzione su una patologia che, considerata scomparsa, si sta nuovamente manifestando in Italia a causa di due fattori: scarsa prevenzione e l'arrivo di extracomunitari che si portano dietro malattie endemiche nei loro Paesi, come la tubercolosi e l'Aids.
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