venerdì 20 marzo 2009

p.b.


A proposito della questione degli stupri, ci pare in questo periodo sempre con maggior urgenza necessario prendere la parola, andando oltre -anche se la cosa non è così immediata e semplice- l’aspetto inevitabilmente scabroso della nuda cronaca; oltre all’elenco dei fatti, bisogna che ci diciamo qualcosa di più, che iniziamo a pensarci sù e a vedere attraverso quale prospettiva può aver senso che si senta il dovere di rispondere ad un martellamento (ma li avete visti i nuovi manifesti di FN?) al centro del quale, volenti o no, ci siamo trovate. riflettere sul fatto che il nostro senso di disorientamento a riguardo si manifesta esattamente attraverso l’ incapacità di articolare tra loro in modo sensato i pensieri e le percezioni, ovvero: da un lato cerchiamo di costruire una posizione che riesca a liberarsi della retorica mediatica e poi capita d’aver paura di girare da sole la sera. IN Un articolo di Mezzadra (postato sul blog) è posto -in relazione alla questione del razzismo- il rapporto tra identificazione della strategia di produzione della devianza e costruzione di un nemico da cui difendere gli onesti cittadini da un lato e le reazioni semplici, immadiate e pratiche delle persone dall'altro: è la distinzione-relazione tra xenofobia e razzismo. «Razzismo: una cosa diversa dalla “xenofobia”. Xenofoba è la signora che dichiara al Tg1 che “non ne può più”, che bisogna cacciare a calci in culo questi “zozzi”, i rumeni e gli albanesi. Razzista è quello che Alessandro Dal Lago chiama lo “stigma ufficiale”, impresso sui corpi dei migranti dalla legge, dallo Stato.» Dunque anche chi, incrociando un tizio con una fisionomia "sospettabile" attraversa la strada o accelera il passo perché ha paura di essere stuprata, replica questa stessa specie di rapporto, ancor più problematico perché del livello strategico, che nell'esempio di Mezzadra è il livello propriamente "razzista", ci diciamo consapevoli e critiche. Ma di quale rapporto si sta parlando qui? Cosa corrisponde -nel caso dello stupro- al razzismo, se la xenofobia corrisponde alla fobia di esser violentata, arbitrariamente rivolta a chi incrocia la nostra strada di sera se è buia e vuota? Allo stesso modo il problema è lo stigma ufficiale che qui è più sottile, non ha bisogno di leggi per imporsi: è lo stigma di vittime e di corpi controllabili e controllati che le donne portano su di sé nel sistema dei rapporti di genere che in modo complesso è intrecciato con il sistema di potere che sorregge le contraddizioni più stridenti della nostra società. Quello su cui è necessario concentrare l’attenzione è il fatto che nella nostra società è trasmessa in mille modi la distruzione del “rispetto” per il corpo della donna: dalla medicalizzazione del parto e della gravidanza alla criminalizzazione/stigmatizzazione delle puttane, si insegna che alle donne non è dovuto alcun rispetto: e il silenzio su queste dinamiche non è innocente, non rendersene conto è illegittimo e ingiustificato. Non si costruisce alcun discorso che parli di rispetto, dell'autonomia del corpo e della libertà delle donne, ci si dice caso mai animati dai buoni propositi di proteggerle. Peccato che qui protezione significa controllo (protezione che poi appunto deve riparare ai danni che il mancato discorso sul rispetto del corpo della donna tende a fomentare); oppure l'unico caso in cui si parla di rispetto è quando si dà per scontato che esso vada tributato alle donne rispettabili, categoria romantica costruita funzionalmente al rendere il riconoscimento di alcuni diritti compatibile con un ordine che si vuole tenere in piedi. E la criminalizzazione delle puttane è l'altra faccia di questa farsa di rispetto che viene concesso, l'unico che si fa passare, e che in un modo o nell'altro entra nelle case, via mediaset o altrimenti. La criminalizzazione delle puttane è molto efficace come discorso, la puttana criminalizzata si distingue molto meglio dalla donna che vuole a tutti costi essere rispettabile e lo vuole perché il rispetto e la libertà le vengono continuamente negati e fatti pesare proprio a partire dal sospetto sempre imminente che in ogni donna si nasconda una puttana. Bene, questo rispetto possono tenerselo. La protezione a questo costo possono tenersela. La lotta a mille forme di controllo può partire da qui.
Non si deve accettare di spostare sulle strade un discorso che deve partire dalle nostre case, dove non a caso, e soprattutto non trascurabilmente, si consuma il maggior numero si stupri e violenze: bisogna dunque considerare la funzionalità di tale spostamento e individuare la contraddizione che esso rappresenta. Questa contraddizione si può illuminare ripercorrendo la storia della “privatizzazione della casa” (per citare solo le analisi più celebri: Rich e Gavron) e al simultaneo venir meno di spazi socialmente condivisi come i cortili e le strade dei quartieri; proprio quando le donne iniziano ad aver accesso a tutta la serie di diritti liberali (voto, salario, etc.) le prime ondate di denuncia operate dalle voci del femminismo mettono in luce la persistenza e anzi una nuova configurazione del sistema di controllo e negazione di autonomia e visibilità proprio in quella sfera descritta come privata: il privato viene allora rivendicato nella sua valenza politica; il dato interessante di questa denuncia è che essa arrivava esattamente nel momento in cui la percezione di un profondo mutamento in corso iniziava ad essere messa a tema in molti studi filosofico-politici, al centro dei quali veniva tematizzata la questione del rapporto tra intimità e controllo e indicata la fine della funzione dei grandi luoghi di internamento e un nuovo pervasivo modello di gestione della vita fin nei suoi aspetti più intimi e quotidiani, più privati appunto. Forse la questione dei rapporti di genere e dello stupro come forma originaria di oppressione al pari dello sfruttamento del lavoro altrui, insieme alla nostra evidente incapacità di muoverci in questa contraddizione non fà altro che indicarci una strada molto chiara: quella per cui i modi di opporci ai rapporti di potere imposti dalla fase che attraversiamo devono trovare nuovi corsi e nuovi linguaggi...
Ma è inutile decostruire un discorso tralasciando di decostruirne un altro che affonda le sue radici nelle stesse premesse (quelle della dicotomia tra potere e impotenza) e che di tali strategie discorsive si serve: credere che il discorso di decostruzione del patriarcato abbia assolto i suoi compiti ci inchioda a questa incapacità di prendere una posizione politica forte. Ed un buon contributo in tal senso è dato dalla paura di cadere nelle debolezze pratiche e teoriche del separatismo. Crediamo che questa dinamica e il rischio di questa contraddizione non vada evitato ma attraversato frontalmente, senza scappatoie e soprattutto senza chiedere scusa a nessuno assumere il rischio delle nate libere, delle post-femministe che siamo; senza assumerci questa condizione ci sediamo sulle quote rosa e subiamo, come le donne hanno sempre subito quando non hanno avuto la forza di dire cosa vogliono, oltre a uno "spazio sicuro", e questo è cruciale per capire le differenze tra una denuncia individualistica e inefficace, e un movimento collettivo che davvero riorganizzi i rapporti di potere esistenti. E’ una rivoluzione dei discorsi che sulle donne vengono fatti che va perseguita, a partire dal nostro stesso modo di porci all'interno di questo discorso. Audre Lord: Vogliamo la sorella onnipotente che non ha paura, che farà andare via il dolore, che farà sì che il passato non sia così. Questo per dire che qui non si tratta di progresso - né i cambiamenti avvenuti nei rapporti tra uomini e donne vanno visti come tali - perché nessuna prospettiva “rivoluzionaria” si alimenta con l'immagine dei “liberi nipoti” (anzi è proprio quella a smorzarli e insegnare la chiusura nel bozzolo dei diritti conquistati che automaticamente si convertono in diritti concessi) ma con quella degli “avi incatenati”, per citare una famosa tesi che non a caso si fonda su una riflessione profondissima sulla violenza (Benjamin, tesi di filosofia della storia n.12). Per questo è sbagliato pensare che si debba cercare un progresso nell'emancipazione delle donne ( e per questo è fondamentale criticare questo tipo di prospettiva cogliendola ovunque essa venga riproposta) ma una rivoluzione nel rapporto degli uomini e delle donne con i corpi delle donne, rapporti che si radicano in tradizioni e attitudini impostate su un'insuperata forma di oppressione, che è la stessa per cui un uomo sa di poter stuprare una donna, in mille modi. C'è l'atto fisico, che è il danno, e c'è la beffa: "un militare per ogni bella donna", questo è un secondo stupro fondato sullo stesso meccanismo: l'abuso di potere, per cui nel nostro paese chi - ignorando la storie delle nostre lotte più o meno deliberatamente, ma forte dei suoi poteri economici e mediatici- sa di potersi permettere un’affermazione pubblica di questo tenore.
Due linee: NON IN NOSTRO NOME lo sfruttamento strategico, il secondo stupro rispetto al quale anche non vogliamo essere impotenti e vittime, per cui sui nostri corpi si gioca la carta di una stretta securitaria ancor più pressante e A QUANDO L’EMANCIPAZIONE MASCHILE? A quando l’emancipazione dalle forme di oppressione mentale da cui non ci si riesce a scrollare, fino a quando non ci si addentra nel discorso della critica al patriarcato in modo radicale, senza paura della rivoluzione nei rapporti di potere che a questa rivendicazione consegue, dall'ossessione del sesso e della potenza, dal binomio io-uomo-seggetto-agente stupro la donna/ io-uomo-soggetto-altrettanto-agente la proteggo: è l'immagine della donna passiva che va decostruita, e la retorica della protezione la tiene invece ben salda. Nulla di meglio di Virginie Despontes per spiegare queste in fin dei conti molto semplici posizioni ovvero che tutta la premessa porta a pensare che da donne non è delle donne che dovremmo parlare ma degli uomini, delle posizioni che prendono nel quotidiano, luogo sempre più invaso dal controllo dei nostri pensieri, corpi e sessualità, sulle donne e sulle specifiche forme di violenza a cui è importante ora rispondere PARLIAMO DELLE VOSTRE DI PAURE:
«Angela Davis: "Ma le donne nere non erano solo frustate e mutilate, erano anche violentate". Messe incinte con la forza e lasciate sole ad allevare i figli. E sono sopravvissute. Quello che le donne hanno attraversato, non è solo la storia degli uomini, ma anche la loro specifica oppressione. Di una violenza inaudita. Da qui una semplice proposta: andate tutti a fare in culo, con la vostra condiscendenza verso di noi, le vostre scimmiottature di forza garantita dalla collettività, di protezione puntuale o con le vostre manipolazioni di vittime, voi per i quali l'emancipazione femminile sarà difficile da sopportare. Quel che è difficile, è ancora di essere una donna, e di tollerare tutte le vostre stronzate. I vantaggi che traete dalla nostra oppressione sono in definitiva delle armi a doppio taglio. quando difendete le vostre prerogative di maschi, siete come quei domestici dei grandi alberghi che si prendono per proprietari... dei lacchè arroganti, ed è tutto.
(...) C'è stata una rivoluzione femminista. Delle parole sono state articolate, a dispetto della buona educazione, a dispetto delle ostilità. E continuano a scorrere. Ma, per il momento, niente, riguardante la mascolinità. Silenzio spaventoso dei maschietti fragili. Il vaso è colmo. Il sesso considerato forte, che bisogna proteggere, rassicurare, curare, di cui avere riguardo. Che bisogna difendere dalla verità. Cioè che le donne sono anche loro delle dure, e gli uomini delle puttane e delle madri, tutti nella stessa confusione. Ci sono uomini fatti piuttosto per il raccolto, le decorazioni d'interni e i bambini al parco, e donne strutturate per andare a trapanare mammut, far rumore e imboscate, a ciascuno il suo. L’eterno femminino è una grande buffonata. Si direbbe che la vita degli uomini dipenda dal mantenimento della menzogna. Donna fatale, bunnygirl, infermiera, lolita, puttana, madre benevola o castratrice. (...) Ci si rassicura di cosa in questo modo? Non si sa esattamente ciò che temono se gli archetipi inventati di sana pianta crollano: le puttane sono degli individui anonimi, le madri non sono intrinsecamente nè buone nè coraggiose nè amorevoli, lo stesso per i padri (...) Di quale autonomia gli uomini hanno tanta paura da continuare a tacere, a non inventare niente? A non produrre nessun discorso nuovo, critico, inventivo sulla loro stessa condizione? A quando l’emancipazione maschile? (...) C’è una forma di forza che non è nè maschile nè femminile, che impressiona, spaventa, rassicura. Una facoltà di dire no, di imporre i propri punti di vista, di non tirarsi indietro (...) Il femminismo è una rivoluzione, non una riorganizzazione delle indicazioni di marketing, non una vaga promozione della fellatio o dello scambio di coppie, non è questione soltanto di migliorare i salari integrativi. Il femminismo è un'avventura collettiva, per le donne, per gli uomini, e per gli altri. Una rivoluzione, bene in marcia. Una visione del mondo, una scelta. Non si tratta di opporre piccoli vantaggi delle donne alle piccole acquisizioni degli uomini, ma piuttosto di mandare tutto all'aria. E con questo, ciao, ragazze, e miglior cammino...»

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