mercoledì 15 luglio 2009

L’Ennemi interieur, La généalogie coloniale et militare de l’ordre sécuritaire dans la France contemporaine, di Mathieu Rigouste

di Paolo Persichetti per Baruda.net e per Liberazione 12 luglio 2009

La temperatura sociale delle periferie francesi è sempre alta. La cronaca non esita restituirci immagini non molto lontane dalle scene di guerra. Ed, in effetti, i dispositivi messi in piedi dal governo evocano apertamente la figura del «nemico interno». Dispiegamento delle più aggiornate tecnologie antisommossa (elicotteri, micro-droni, telecamere di sorveglianza), fino alla spettacolarizzazione delle retate di polizia con massiccio dispiegamento di forze sotto gli occhi delle telecamere, fermi in massa, introduzione d’istituti giuridici come la «testimonianza sotto anonimato» e i giudizi processuali per direttissima; creazione di una branca specifica dei Servizi (appartenenti alla nuova Direction centrale du renseignement intérieur, Dcri), con competenza sulle banlieues, sui moti urbani, il cosiddetto fenomeno delle «bande», la nascita di nuove banche dati centrali, come il sistema Edvige-Edvirsp e Cristina (Cf. Liberazione – Queer del 5 ottobre 2008), finalizzati alla schedatura «di ogni persona d’età superiore ai 13 anni che abbia sollecitato, esercitato o stia esercitando un mandato politico, sindacale o economico o che rivesta un ruolo istituzionale, economico, sociale o religioso significativo». Ennemi_interieur182Insomma un intero arsenale tecnico, giuridico e poliziesco che rinvia apertamente al regime dello stato d’eccezione.



Hassan Vahedi, 2005.

È indubbio che tutto ciò ricalca un immaginario di guerra che conduce a rappresentare alcune zone della società come dei teatri bellici dove l’intervento pubblico non si concepisce più nei termini della politica e del welfare ma unicamente sotto l’aspetto repressivo, per giunta nella sua forma più intensa: quella militare. Questo «nuovo ordine sicuritario» contemporaneo avrebbe una genealogia ben precisa rintracciabile nell’esperienza coloniale e militare della Francia. È quanto dimostra Mathieu Rigouste in un recente volume edito dalla casa editrice La Découverte, L’Ennemi interieur. La généalogie coloniale et militare de l’ordre sécuritaire dans la France contemporaine. Il caso francese deve intendersi in questo caso come un laboratorio, un’esperienza pilota, l’anticipazione di scenari e comportamenti esportabili nel resto del mondo.

In fondo è già accaduto in passato, quando la «dottrina della guerra rivoluzionaria», elaborata dagli stati maggiori francesi nel corso delle guerre coloniali d’Indocina e d’Algeria, popolarizzata nel libro del colonnello Roger Trinquier, pubblicato nel 1961 col titolo, La Guerre Moderne (ripubblicato da Economica nel 2008) e da cui la Cia ispirò il suo primo manuale antisovversione, è diventata la madre di tutte le dottrine contro-inssurrezionali del dopoguerra impiegate dalle forze Nato come da tutte le dittature militari e fasciste, in particolare in Sud America. La counterinsurgency statunitense altro non è che la rielaborazione delle tesi che i generali francesi hanno insegnato nelle scuole di guerra del Nord America. Si veda in proposito il lavoro di Marie-Monique Robin, Escadrons de la mort, l’école française, La Découverte 2004, che ritraccia l’inquietante percorso di alcuni ufficiali maggiori dell’esercito di Parigi, reduci dall’Indocina e dall’Algeria, che hanno formato alla controguerriglia gli ufficiali Usa a Fort Bragg e nella famigerata Scuola delle Americhe. Un apostolato antisovversivo segnato da varie tappe: lo sbarco come consigliere militare in Argentina, nel 1957, del colonnello Bentresque; il suo primo giro di conferenze (1962) nelle caserme sudamericane per insegnare le strategie antisovversive; Il manuale Instruction pour la lutte contre la subversion, scritto sempre dai colonnelli Ballester e Bentresque; la proiezione, nel 1971, all’interno della famigerata scuola di meccanica della Marina a Buenos Aires (dove furono torturati migliaia di cittadini sospettati d’essere militanti di sinistra) delle scene di tortura presenti nel film la Battaglia d’Algeri di Gillo Pontecorvo, per rendere più efficaci i corsi di tortura impartiti ai presenti. La missione in Brasile del generale Paul Aussaresses, il gran maestro della tortura in Algeria, l’uomo che ha perfezionato e insegnato a tutti gli eserciti e polizie dell’Occidente l’uso degli elettrodi (sui genitali e le tempie) e della waterboarding (l’annegamento simulato) durante gli interrogatori. Metodi impiegati diffusamente anche dalla nostra Digos contro i militanti della lottarmata arrestati nel biennio 1982-83, ben prima che suscitassero scandalo perché impiegati dalla Cia nelle prigioni di Guantanamo e Abu Ghraib.

La dottrina della guerra rivoluzionaria sostituita da De Gaulle, non senza difficoltà, grazie all’arma nucleare acquisita nel 1960, e sostituita dalla dottrina della dissuasione del «debole verso il forte», non sarebbe mai stata rimossa definitivamente, anzi avrebbe mantenuto solide radici all’interno di alcuni settori militari per trasmigrare nelle forze di polizia ispirando le politiche di «mantenimento dell’ordine», utilizzate “ufficiosamente” nell’area d’influenza africana e nella gestione del controllo interno dopo il 1968 e da qui, soprattutto dopo l’11 settembre, assorbite anche dal mondo della politica fino a dare forma ad un modello di potere militarizzato.
police-partout3Al vecchio nemico geopolitico comunista dell’epoca dei blocchi, dopo l’89 si sarebbero venuti a sostituire una proliferazione di «nuove minacce», terrorismo, islamismo, violenze urbane, incivilités (qualcosa che assomiglia al nostro bullismo) che hanno giustificato la riedizione di una nuova figura di nemico interno, l’immigrato post-coloniale in grado di riattivare il risorgere di passate rappresentazioni razziste. Un nemico socio-etnico, locale e globale al tempo steso, dissimulato nei quartieri popolari, residente nelle periferie, soprattutto tra i «non bianchi poveri».

L’immaginario, la costruzione e proiezione di raffigurazioni che vanno ad arricchire il repertorio delle classi pericolose e delle leggende ansiogene, costituiscono un elemento decisivo di questo nuovo ordine sicuritario che ispirandosi ai criteri della «guerra totale», ricorre alla cosiddetta «guerra psicologica», ovvero alla mobilitazione delle coscienze, alla costruzione di consenso, lì dove lo Stato-nazione è concepito come un organismo che la difesa nazionale deve immunizzare dalle malattie sociali, dai contagi rivoluzionari, dalla piaga del crimine, l’epidemia del vizio, e rassicurare dalle paure.
Questo nuovo ordine collima con una nuova formazione sociale che Mathieu Rigouste definisce «capitalismo sicuritario», dove il controllo oltre a riprodursi in forma allargata ha ingenerato un proprio mercato. La forma più inquietante di questo modello descrittivo è la constazione del grado di adesione dei controllati ai controllori. Non si tratta di un semplice modello di dominazione, ma di un processo di adesione dal basso, di controllo reciproco e autocontrollo. Quello che il sociologo Philippe Robert coglie descrivendo l’emergere di un «neoproletariato della sicurezza», reclutato grazie al precariato di massa all’interno di quel sistema di polizia sociale che è il mondo della sicurezza e della vigilanza privata, un sottosistema del controllo brulicante di sorveglianti dei metrò e dei supermercati, subalterni della sicurezza di vario ordine e natura, fino ai mediatori sociali, gli stuart degli stadi, gli assistenti sociali eccetera. Un sistema dove il povero è preso a controllare l’altro povero e non alza più la testa.

sabato 11 luglio 2009

L'uccisione di Marwa al-Sherbini



Hassan Vahedi, Uomo=Donna

Germania e islamofobia: #Marwa la martire con il velo
di Azzurra Meringolo

Una donna egiziana incinta viene uccisa a coltellate in un tribunale di Dresda da un tedesco dichiarato colpevole per averla offesa in un parco pubblico. La vicenda non trova grande spazio tra i media europei ma in Egitto grazie ai blog e a Twitter diventa un simbolo per denunciare l'ipocrisia europea. E al G8 la Merkel si scusa con Mubarak.I bloggers egiziani l’hanno definita la nuova martire del velo e su Twitter se ne parla così tanto che #Marwa è diventato uno dei tag di tendenza. Vista la sua morte, assurda per le modalità ed il luogo nel quale si è consumata, Marwa al Sherbini rischia davvero di diventare una nuova martire dell’Islam.Ad uccidere questa trentaduenne egiziana, mamma di un bimbo di tre anni e da tre mesi in dolce attesa del secondo, è stata un ventottenne tedesco, dalle origini russe, conosciuto come Alex W., che lei stessa aveva citato in giudizio l’anno scorso. Il particolare più agghiacciante resta però il luogo del delitto, perché a fare da sfondo a questa tragedia è stata l’aula del tribunale di Dresda nel quale l’uomo era stato dichiarato colpevole.
La vicenda cominciò nel novembre scorso quando, in un parco di Dresda, Marwa chiese a Alex W. di liberare l’altalena per farci salire il suo bambino e l’uomo iniziò a insultarla pesantemente con offese volgari. Arrivò a definire la ragazza una terrorista ed è probabile che a motivarlo fosse il fatto che la donna indossava l’hijab, il tanto discusso velo che copre la testa pur lasciando scoperto il volto.
Poi il processo, conclusosi il primo luglio scorso quando, dopo essere stato dichiarato colpevole e multato con una sanzione di 750 euro, Alex W. ha impugnato il coltello con il quale ha posto fine alla vita della giovane donna.. E’ in questo inedito palcoscenico che Alex W. infligge diciotto pugnalate nel petto di Marwa che muore così davanti agli occhi del suo bimbo e del marito che cerca invano di difenderla. Anche quest’ultimo esce ferito dall’aula, a causa di un proiettile sparato della guardia di turno in aula che lo ferisce alla gamba. Secondo indiscrezioni, a confondere quest’ultimo sarebbero forse stati i tratti somatici di Sherbini che, non essendo biondo, è stato preso per il colpevole.
Il giudice stesso ha dichiarato che l’assassino è stato mosso da un profondo odio nei confronti dei musulmani: è per questo che, martire o meno del velo, Marwa è apostrofata da molti come una vittima della preoccupante islamofobia che sta dilagando in Europa.
Se nel vecchio continente il caso è stato quasi del tutto taciuto, in Medio Oriente, e soprattutto in Egitto, se ne è parlato un po’ ovunque.
I bloggers si sono scatenati nel denunciare l’episodio che è diventato un pretesto per discutere di razzismo e di Occidente. Mentre nelle righe dei loro diari virtuali molti internauti hanno scritto dell’odio e dell’intolleranza dei cristiani verso i musulmani, tra le strade di Zamalek alcuni cittadini egiziani, stanchi di sentire parlare del Medio Oriente come della terra dei terroristi, hanno sfilato in protesta fino a raggiungere l’ambasciata tedesca del Cairo. Qui hanno ribadito a gran voce che la storia di Marwa dimostra che i terroristi non sono certo loro.
sabato 11/07/2009 17:47



IRAN: ASSEDIATI DIPLOMATICI TEDESCHI
Circa 150 studenti, utilizzando come pretesto l'assassinio di una donna egiziana nel tribunale di Dresda, hanno assediato l'ambasciata tedesca a Teheran, in Iran. I manifestanti hanno bersagliato di uova i muri della rappresentanza diplomatica. Marwa al-Sherbini fu uccisa lo scorso mese a Dresda da un tedesco, trascinato da lei in tribunale dopo che questi l'aveva definita "terrorista" perché portava il velo. Il giorno dell'udienza l'uomo, un tedesco di origine russa, riuscì a entrare nell'aula con un coltello e colpì diciotto volte la donna, che era incinta. Poi accoltellò anche il marito, al quale in seguito la polizia sparò per errore nella ressa che si era creata nell'aula. Alla scena assistette anche il figlio della coppia, un bambino di tre anni. L'assassinio ha suscitato dolore e indignazione in Egitto e migliaia di persone hanno partecipato ai funerali della donna ad Alessandria. Angela Merkel, consapevole della consistenza della comunita' musulmana in Germania, ha espresso il proprio dolore e dispiacere a Hosni Mubarak. Ma Teheran soffia sul fuoco, e così sono stati scritti e rivolti slogan e insulti: "Angela, la nazista", "Morte alla Germania".

lunedì 6 luglio 2009

GIOVEDÌ 9 LUGLIO 2009, DALLE ORE 16.30 PRESIDIO DAVANTI AL CIE DI PONTE GALERIA

Nelle giornate in cui si svolgerà il G8 vogliamo stare fuori dalle mura Ponte Galeria, mentre i cosiddetti “grandi della terra” saranno nascosti dentro una caserma a parlare della crisi. I governi del mondo chiamano a gran voce la libera circolazione delle merci e dei capitali, pretendendo di fermare e controllare i flussi migratori, mentre l’unica possibilità di movimento concessa alle persone sembra essere quella legata al mercato del turismo o allo sfruttamento del lavoro. Respingimenti, detenzioni indiscriminate e politiche securitarie di militarizzazione sembrano essere la risposta dei cosiddetti paesi industrializzati alla crisi economica e sociale che hanno contribuito a creare.
Pochi giorni fa è stato definitivamente approvato il “pacchetto sicurezza”, attraverso cui il territorio dello stato italiano assumerà ancor di più il carattere di laboratorio a cielo aperto della repressione permanente. L’entrata o la permanenza “irregolare” al suo interno diventa reato, la durata massima della permanenza nei CIE (Centri di Identificazione ed Espulsione) è estesa da 2 a 6 mesi, le ronde razziste vengono legalizzate, solo per citare alcuni degli inasprimenti repressivi previsti dalla nuova legge. Intanto i reclusi dei CIE di Milano, Bologna e Gradisca d'Isonzo stanno già protestando con uno sciopero della fame.

Vogliamo tornare fuori da Ponte Galeria perché nei CIE finiscono persone rastrellate per strada mentre tornano a casa dopo una giornata di lavoro sottopagato, mentre fanno la fila per rinnovare il permesso di soggiorno, oppure mentre aspettano un amico per uscire la sera.
Chiunque protesti contro le brutali condizioni di vita imposte da questi lager democratici (sovraffollamento, igiene inesistente, psicofarmaci come strumento di sedazione di massa, acqua razionata e negazione di ogni assistenza) si trova a subire violenze fisiche e intimidazioni. Pestaggi e abusi da parte della polizia e della Croce Rossa (che gestisce il CIE di Ponte Galeria) sono all’ordine del giorno e solo negli ultimi tre mesi si sono registrate due morti: Salah Souidani, morto dopo che il personale sanitario gli aveva rifiutato l’assistenza medica (e dopo aver inoltre subito un pestaggio poliziesco, secondo la testimonianza di altri reclusi), e Nabruka Mimuni, che era in Italia da trent’anni e che, dopo aver ripetutamente minacciato di togliersi la vita piuttosto che essere rimpatriata, è stata lasciata in balia del proprio destino.

Non è pensabile che persone che hanno scelto di andarsene dal proprio paese d’origine, mettendo spesso a rischio la propria vita per costruirsi un futuro migliore, o per fuggire da un presente di oppressione, si trovino ad essere rinchiuse in un lager di stato.

La clandestinità non è che una condizione imposta da politiche razziste, xenofobe, basate sullo sfruttamento e sul ricatto continuo. Noi non ci dividiamo in “italiani” o stranieri, ma ci consideriamo tutti e tutte abitanti del mondo.

Libertà di movimento per tutte e tutti.
Chiudere i Centri di Identificazione ed Espulsione.
Contro la società dei recinti e delle frontiere.

GIOVEDÌ 9 LUGLIO, DALLE ORE 16.30 PRESIDIO A PONTE GALERIA:
MUSICA, VOCI, PAROLE.

L'appuntamento per prendere tutte e tutti il trenino è alle 16.00 alla stazione Ostiense.

Portiamo tutta la nostra creatività, la nostra rabbia e la nostra forza davanti a quelle mura, facciamo sentire a chi vi è rinchius* la solidarietà di tutt* coloro che non vogliono più tollerare l’esistenza di questi lager, né le torture e gli omicidi di stato che si vorrebbero occultare al loro interno.

Il presidio si svolge nel parcheggio della fermata "Fiera di Roma" del trenino per Fiumicino aeroporto (Via Gaetano Rolli Lorenzini angolo Via Cesare Chiodi).

Antirazziste e Antirazzisti
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JUEVES 9 DE JULIO DEL 2009, DESDE LAS 16:30
CONCENTRACIÓN DELANTE DEL CIE PONTE GALERIA

En los días en los que tendrá lugar el G8 queremos estar fuera de los muros de Ponte Galeria, mientras los susodichos “grandes de la tierra” estén escondidos dentro de un cuartel para hablar de la crisis. Los gobiernos del mundo piden a gritos la libre circulación de las mercancías y del capital, pretendiendo parar y controlar los flujos migratorios, mientras que la única posibilidad de movimiento concedida a las personas parece que sea aquella que está relacionada con el mercado del turismo o la explotación en el trabajo. Expulsión, detención indiscriminada y políticas de seguridad basadas en la militarización parecen ser la respuesta de los susodichos países industrializados a la crisis económica y social a la cual han contribuido a crear.

Hace pocos días fue aprobada lal “ley de seguridad”, a través de la cual el territorio del Estado italiano asumirá aún más el carácter de laboratorio a cielo abierto de la represión permanente. La entrada o permanencia en los CIE (Centros de identificación y expulsión) ha sido extendida de 2 a 6 meses, las rondas nazis han sido legalizadas, solo por citar algunos de los agravamientos represivos previstos en la nueva ley. Mientras tanto l@s pres@s de los CIE de Milán, Bologna y Gradisca d’Isonzo ya están protestando con una huelga de hambre.
Queremos volver fuera de Ponte Galeria porque en los CIE acaban las personas que han sido rastreadas por la calle mientras volvían a casa después de una jornada de trabajo mal pagado, mientras hacían la cola para renovar el permiso de residencia o mientras esperaban a un amigo para salir por la noche.

Cualquiera que proteste contra las brutales condiciones de vida impuestas por estos campos de concentración de la democracia (superpoblación, higiene inexistente, pscicofarmacos como instrumento para sedar las masas, agua racionada y la negación a cualquier asistencia) se encuentra que tiene que soportar violencias física y intimidaciones. Palizas y abusos por parte de la Cruz Roja (que gestiona el CIE de Ponte Galeria) son al orden del día y solo en los últimos tres meses se han registrado dos muertes: Salah Souidani, muerto después de que el personal sanitario le hubiera negado asistencia médica (y después de haber sufrido además una paliza por parte de la policía, según los testimonios de algunos reclusos) y Nabruka Mimuni, que estaba en Italia desde hacía treinta años y que, después de haber amenazado repetidamente en quitarse la vida, antes que ser repatriada, fue dejada a la suerte de su propio destino.

No es pensable que personas que han elegido dejar su propio país de origen, poniendo en riesgo su propia vida para construir un futuro mejor, o para escapar de un presente de opresión se encuentren siendo encarceladas en un campo de concentración del Estado.

La clandestinidad no es más que una condición impuesta por las políticas racistas, xenófobas, basadas en la explotación y en el chantaje continuo. Nosotros no nos dividimos en “italianos” o extranjeros, sinó que nos consideramos tod@s habitantes del mundo.

Libertad de movimiento para todas y todos.
Por el cierre de los Centros de Identificación y expulsión.
Contra una sociedad de recintos y de fronteras.

JUEVES 9 DE JULIO, DESDE LAS 16:30: CONCENTRACIÓN EN PONTE GALERIA:
MUSICA, VOCES, PALABRAS.

Traigamos toda nuestra creatividad, nuestra rabia y nuestra fuerza delante de esos muros, hagamos sentir a quien está recluso la solidaridad de tod@s aquell@s que ya no quieren tolerar la existencia de estos campos de concentración, ni las torturas ni los homicidios de Estado que quisieran ocultar dentro de ellos.
La quedada es el aparcamiento de la parada “Fiera di Roma” del tranvía hacía Fiumicino Aeroporto (via Gaetano Rolli Lorenzini angolo via Cesare Chiodi) La quedada para coger el tren es a las 16:00 en la estación Ostiense.

Compañer@s antirracistas

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THURSDAY THE 9TH OF JULY, 2009 FROM 16.30
PROTEST IN FRONT OF THE IDENTIFICATION AND EXPULSION CENTER (CIE)
AT PONTE GALERIA

In the days of the g8 summit we will be outside the walls of Ponte Galeria, while the so-called “great eight” will be hiding inside a military base to discuss about crises.
The governments of the world talk in favour of a free circulation of goods and capital, expecting to stop and control the flow of migration. At the same time the only ways that people have to move are those related to the tourist industry or labour exploitation.
Deportations, uncontrolled detentions and security politics characterised by militarization, seem to be the answer of the industrialised countries to the financial and social crisis that they in great part have created themselves.
A few days ago the so called "security act" (pacchetto sicuezza) was approved. Because of this law the territory of the Italian state will be characterised as an open air laboratory of permanent repression even more than before. The unauthorised entrance or staying on the Italian territory is becoming a crime. The maximum detention period inside the CIE is extended from 2 to 6 months. The racist squads are being legalised. This is just to mention a few of the repressive norms that are included in the new law. Meanwhile the inmates of the CIE in Milan, Bologna and Gradisca d'Isonzo are already protesting with an hunger strike.

We want to return to Ponte Galeria because behind the walls of the CIE there are people who have been arrested e.g. on their way home after a long day of underpaid labour, while standing in line to renew their residence permit or simply while waiting for a friend at a bus stop.
Whoever protests against the brutal living conditions imposed by these “democratic” concentration camps (Overcrowding, lack of hygiene, mind-bending medicines as instruments of mass sedation, lack of water and negation of any assistance) undergoes physical violence and intimidation. Beating-up and abuse from the police and the Red Cross (who manages the CIE at Ponte Galeria) are daily routine. The last three months two dead causalities have been registered: Salah Soudaini, dead after the sanitary staff refused to provide him with medical assistance (and after undergoing a police beating, according to the testimony of other inmates), and Nabruka Mimuni, who had been in Italy for 30 years and who repeatedly threatened to commit suicide if she was going to be repatriated, was left at the mercy of her destiny.

It is unthinkable that people who have decided to leave the country of their origin, often risking their life in an attempt to construct a better future or who flea from an oppressive situation, find themselves locked away in a concentration camp of the state.

Clandestinity is nothing but a condition imposed by racist and xenophobic politics based on exploitation and continuous blackmailing. We do not categorise ourselves in Italians or foreigners, but think of ourselves as people from the world.

Freedom of movement for everybody.
Shut down the Identification and Expulsion Centres.
Against the society of fences and borders.

THURSDAY 9TH OF JULY, FROM 16.30 PROTEST AT PONTE GALERIA:
MUSIC, VOICES, WORDS.

Let's bring our creativity, our anger and our strength in front of those walls. Let's make it possible for the people who are locked up to hear the solidarity of all those, which do not want to tolerate anymore the existence of these concentration camps. Nor do we want to tolerate the tortures and the state murders that the authorities are hiding from us.
We will meet at the car park of the train stop “Fiera di Roma” where the train to Fiumicino Airport stops (the corner between Via Gaetano Rolli Lorenzini and Via Cesare Chiodi). Meeting point at Ostiense station at 16.00 in order to take the train all together.

Antiracists

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JEUDI 9 JUILLET 2009, A PARTIR DE 16.30
RASSEMBLEMENT AU C.I.E. DE PONTE GALERIA


Pendant les jours dans lesquelles le G8 aura lieu, nous voulons aller dehors le mur du C.I.E. de Ponte Galeria, tandis que les prétendus “grands de la terre” se cachent à l’intérieur d’une caserne pour parler de la crise. Les gouvernements du monde acclament haut et fort la libre circulation des marchandise et des capitaux, avec la prétention de bloquer et de contrôler les flux migratoires, dans un monde où la seule possibilité de mouvement accordée aux gens semble être celle liée au marchet du tourisme ou à l’exploitation du travail. Repoussements, détentions indiscriminées et politiques sécuritaires de militarisation semblent être la réponse des pays dit industrialisés à la crise économique et sociale qu’ils ont contribué à créer.

Il y a quelques jours que le “paquet sécurité” a été définitivement approuvé et avec ce nouveau outil le territoire italien aura encore plus le caractère d’un laboratoire à ciel ouvert de la répression permanente. L’entrée ou la permanence “irrégulier” à son intérieur devient un délit, la durée de permanence dans les C.I.E. (Centre d’Identification et d’Expulsion) est comprise entre les 2 et les 6 mois, les rondes racistes sont légalisées, et ces sont seulement aucuns des nombreux durcissements prévus par la nouvelle loi. Pour le moment, les prisonnières et les prisonniers des C.I.E de Milan, Boulogne et Gradisca d’Isonzo protestent en conduisant une grève de la faim.

Nous voulons retourner à Ponte Galeria parce-que dans les C.I.E. se trouvent les personnes ratissées quand ils rentrent chez soi après une journée de travail souspayé, tandis qu’ils font la queue pour le renouvellement du permis de séjour, ou tandis qu’ils attendent des amis pour aller faire une promenade.
Qui proteste contre la brutalité des conditions de vie imposées par ces lager démocratiques (surpeuplement, manque d’hygiène, psycholeptiques utilisé comme sédatifs, eau rationnée et négation de chaque type d’assistance) reçoit violences physiques et intimidations. Raclées et abus par la police et la Croix Rouge Italienne (qui détienne la gestion du C.I.E. de Ponte Galeria) sont à l'ordre du jour.
Et seulement durant les trois derniers mois ont eu lieu deux morts: Salah Souidani, décedu après que le personnel sanitaire lui avait refusé l’assistance médicale (et après avoir subit une raclées par la police, selon les témoignages des autres prisonniers), et Nabruka Mimuni, qui habitait en Italie depuis trente ans et, après nombreuse menaces de se suicider plutôt qu’être déportée vers son pays d’origine, a été abandonnée à son destin.

Ce n’est pas possible que qui a décidé de quitter son pays d’origine, en risquant souvent sa vie pour se construire un futur meilleur ou pour échapper d’un présent d’oppression, soit incarcéré dans un lager d’État.

La clandestinité n’est qu’une condition imposée par les politiques racistes, xénophobes, fondées sur l’exploitation et le chantages. On ne se partage pas entre “italiens” et “étrangers”, nous sommes toutes et tous habitants du monde.

Liberté de mouvement pour toutes et tous
Fermeture immédiate des Centres d’Identification et d’Expulsion
Contre la société des frontières et des clôture


JEUDI 9 JUILLET, A PARTIRE DE 16.30 RASSEMBLEMENT A PONTE GALERIA
MUSIQUE, VOIX, PAROLES

Rendez-vous à 16 heures à la gare Ostiense pour prendre toutes et tous ensemble le train (direction aéroport de Fiumicino).

Portons-nous notre créativité, notre rage et notre force devant ce mur pour transmettre à ceux qu’y sont incarceré(e)s la solidarité de toutes et tous ceux qui ne veulent plus tolérer l’existence de ces lager, ni les tortures et les homicides d’Ètat qu’ils voudraient dissimuler à l’interieur d’eux.

Le rassemblement aura lieu sur le parking de l’arrêt « Fiera di Roma » (à l’angle des rues Gaetano Rolli Lorenzi et Cesare Chiodi).

http://www.sguardisulledifferenze.org

domenica 5 luglio 2009

Siena, Venerdì 10 luglio

Ore 10,30-13,30
Tavola rotonda La violenza sulle donne nel
discorso pubblico tra stereotipi mediali e
strumentalizzazioni politiche
Intervengono
Laura Eduati (giornalista di “Liberazione”)
Barbara Spinelli (responsabile del gruppo di ricerca
“Generi e famiglie” dell’Associazione Nazionale Giuristi
Democratici)
Fabrizio Tonello (Università di Padova)
Angela Zaro (giornalista di “L’Altro”)
Coordina
Elisa Giomi, Università di Siena
Dipartimento di Scienze della Comunicazione
dell’Università di Siena – Via Roma 56

Ore 17,00-22,00
Parole diverse, violenze comuni
Incontro con Norma Berti: il vissuto delle detenute
politiche durante la dittatura argentina
“Smettila di camminarmi addosso”, incontro con
Claudia Priano; conversa con l’autrice Lucinda Spera
(Consigliera per le Pari Opportunità dell’Università per
Stranieri di Siena)
Letture e musica al femminile con il Siena Jazz
Auditorium dell’Università per Stranieri di Siena
Piazza Rosselli 27

Ore 21,30
Trittico femminile
Sequenza orante
Intermezzo – Poesie d’amore di Anne Sexton
Penelope
Di e con Rosaria Lo Russo
Giardino di Villa Rubini Manenti – Via degli Umiliati 12
(In caso di pioggia lo spettacolo si terrà presso la Limonaia)