lunedì 7 settembre 2009

Autonomia Operaia. Scienza della politica e arte della guerra dal ’68 ai movimenti globali, NdA Press, Rimini 2008, di Emilio Quadrelli

Scritto nella ricorrenza del ’68 - in una contingenza di celebrazioni e revisionismo, ove non son mancate significative elusioni -, il libro ripercorre, a partire dagli anni sessanta, l’anomalia italiana, ovvero la peculiarità delle lotte autonome che hanno accompagnato quella che viene comunemente letta, nel resto d’Europa, come una tranquillizzante rivolta generazionale. Il 69 operaio, l’Autunno caldo: l’anomalia dà i suoi frutti, il nemico non è solo il padrone, ma va a coincidere e viene individuato nello Stato.



Leyla Vahedi, Senza titolo, olio su tela, 2007.


Il capitolo “1960-1969, Il potere deve essere operaio” rintraccia la peculiarità italiana nella forza della classe operaia e, nel momento in cui l’ipotesi del potere operaio si fa realistica, nella concreta figura dell’operaio massa, che non ha smesso di “coltivare l’utopia immaginata nel corso della guerra partigiana”. Questo capitolo ripercorre e ricostruisce alcuni eventi decisivi: -Genova 1960. Viene indetto il sesto Congresso nazionale dell’MSI provocatoriamente a Genova, auspicando di inaugurare la definitiva sconfitta dello spettro comunista, “un progetto che non tiene conto delle masse come ‘variabile autonoma’ delle vicende politiche. L’errore fatale, per Tambroni e il blocco politico sociale che incarna, è l’aver identificato e scambiato la linea politica e gli atteggiamenti che animano la direzione del Pci con il comune sentire delle masse”. I giovani rompono gli argini della linea (della dialettica democratica) del Partito ritrovandosi accanto alle aree partigiane e il “logistico” che non avevano consegnato dopo l’ordine della smobilitazione generale. L’insubordinazione si estende e si fa di massa. Non si fanno troppe distinzioni tra fascisti e polizia, il nemico viene individuato nello Stato e nelle classi dominanti. L’insurrezione dei “teppisti genovesi” sarà fatta passare invece come battaglia delle istituzioni democratiche e la borghesia capisce che deve abbandonare il progetto golpista a favore di una stagione di governi di centro sinistra, un antifascismo istituzionale e interclassista. Sull’antagonismo di classe che aveva animato i moti, cade l’oblio. -Torino, Piazza dello Statuto, 1962. Prima rivolta completamente autonoma del secondo dopoguerra. Il nemico principale, più che lo Stato, viene individuato nel Padrone. -Roma, Valle Giulia, 1968. Gli studenti si scontrano con le forze dell’ordine: “diversamente da quanto sono per lo più abituati a fare, non si precipitano nella solita fuga scomposta assai simile alla rotta ma contrattaccano (…) Pur se su un piano di bassa intensità, la questione militare si evidenzia come un nodo che il movimento sarà costretto a porsi”. -Torino, Corso Traiano, 1969. Il Vietnam in officina. L’operaio Fiat da 45 giorni lotta per il contratto: “sotto la sua direzione la lotta in fabbrica assomiglia sempre di più a un terreno bellico, dove al guerra segue i ritmi della guerriglia operaia. Sabotaggio della produzione, scioperi a gatto selvaggio, occupazione improvvisa dei reparti, agguati ai capi ecc. si uniscono alle più tradizionali forme di lotta del movimento operaio. (…) lo slogan che maggiormente ricorre per i reparti: «Agnelli l’Indocina ce l’ha in officina»”. Il padrone Fiat punta a impedire qualsiasi legame tra fabbrica e territorio, quindi a confinare il potere operaio tra le mura della fabbrica. Davanti al cancello 2 di Mirafiori parte l’attacco delle forze dell’ordine, gli operai sembrano disperdesi invece si ricompongono portando con sé i proletari delle abitazioni vicino e buone quote provenienti dai mondi illegali (“appena gli echi degli scontri tra operai e forze dell’ordine raggiungono i perimetri delle zone popolari, non pochi tra gli appartenenti alle gang di quartiere entrano in ballo, unendosi agli operai in rivolta”), i quali scendono in corteo scandendo slogan quali «Il Vietnam vince perché spara». Il riferimento al Vietnam è prezioso per mostrare la spaccatura con la sinistra colta e interclassista, che pure si era mobilitata in fronte comune con i movimenti pacifisti della cosiddetta nuova sinistra ma senza appoggiare, come invece fanno gli operai con azioni concrete, la lotta armata del popolo vietnamita. Se il 68 italiano non ha seguito sorti differenti dagli altri paesi, il 69 operaio mostra appieno l’anomalia italiana, mostrandosi per intero “nella veste di spettro per l’insieme delle classi dominanti, locali e internazionali”. L’esperienza degli scontri di Corso Traiano è stata decisiva per le lotte operaie, per imparare come muoversi su un terreno apertamente belligerante ed è stato il punto più alto dello sviluppo capitalistico italiano e della conflittualità operaia: “L’offensiva che il padrone scatena impone agli operai di imparare velocemente la sintassi della guerra. Ciò che inizia a prendere forma è la consapevolezza del limite che la lotta in fabbrica finisce col rappresentare. Inizia a delinearsi la necessità strategica di non isolare la fabbrica (…). L’uscita del potere operaio dal perimetro della fabbrica implica anche l’assunzione di un terreno di scontro più complesso e articolato dove, a essere chiamato immediatamente in causa, è lo Stato, quindi il politico. Il capitolo “1970-1973 Democrazia è il fucile in spalla agli operai” parla della reazione borghese, dal terrore bianco, al tentativo di disciplinare la classe operaia, che stava ponendo le condizioni oggettive per “spezzare la catena imperialista nel cuore dell’occidente”. Di fronte all’analisi secondo cui non sarebbe stata da escludere una soluzione “cilena” per l’Italia, si fa più marcata la frattura tra la sinistra istituzionale, timorosa di non poter sostenere una guerra civile, e la sinistra radicale, che si dichiara pronta a raccogliere la sfida dell’imperialismo. Nonostante la consapevolezza del livello dello scontro, dal punto di vista pratico ci si incaglia in discussioni sulla strategia, tra la linea insurrezionalista e quella di lunga durata, che invece dal punto di vista tattico e pratico non sono in contraddizione tra loro. D’altra parte l’Italia vive di un contesto differente e non appropriato per corrispondenze immediate ne’ con l’esperienza leninista ne’ con quella maoista. Al di là delle retoriche istituzionali dell’antifascismo, la situazione italiana ha memoria della resistenza armata e individua con precisione il nocciolo della questione: l’identificazione del fascismo con il potere delle classi dominanti. In questo scenario irrompono le Brigate Rosse che compiono un salto rispetto all’ortodossia comunista e si preparano a porre fine alla distinzione tra politico e militare, teorizzando l’ipotesi del “guerriero metropolitano” e ignorando un qualsiasi legame con i territori. Politico e militare continuano a rimanere distinti per l’area dell’autonomia e il terreno politico di massa non viene mai posto in discussione. Quest’area non è omogenea ma sebbene spontanea, vi è un impianto teorico in gran parte comune che pone al centro la figura dell’operaio massa e la fabbrica come “base rossa”. Brigate Rosse a Autonomia condividono l’urgenza di affrontare la questione militare. I protagonisti di questo primo embrionale armamento si muovono tra scontri di piazza e l’esercizio del contropotere sui luoghi di lavoro. Inizialmente i servizi d’ordine hanno funzione meramente difensiva, poi si evolvono in qualcosa di maggiormente articolato, si può fare un parallelo con il passaggio dalla guerra statica o di trincea a quella partigiana. Il campo di battaglia si estende, il corteo perde la sua centralità e l’uso della piazza si fa strumentale e non è più il punto d’approdo. Parla un ex militante di una formazione della guerriglia: “oggi si potrà ridere sulle ipotesi di golpe o di instaurazione di uno Stato forte ma, in quel periodo, non sembrava proprio essere il frutto di qualche paranoia di troppo. Così il discorso su come organizzare al guerriglia e la lotta illegale te lo ritrovavi ovunque, nelle riunioni dei collettivi, nelle assemblee, nei capannelli che si formavano in fabbrica dopo l’assemblea sindacale, nel bar della sezione del Partito, nelle aule universitarie. Quello che voglio dire è che, questo problema, è nato da un comune sentire. (…) Pur con tutte le differenze e le rotture che l’epoca nuova presentava, questa non sarebbe stata possibile, nelle forme che ha avuto, se dietro non ci fossero state le lotte operaie del passato e loro indubbia connotazione in chiave rivoluzionaria e comunista.” (L.) Il capitolo “1973-1976 Creare, organizzare, diffondere il contropotere operaio armato” racconta il cambiamento politico che porta alla militarizzazione del corteo, in cui ora ripiegano e si confondono i “nuclei d'attacco”. Tutti si pongono il problema del reperimento dell'armamento. Molti depositi partigiani vengono messi a disposizione dei nuovi partigiani. La piazza diventa uno dei tanti scenari in cui si svolge la “guerra di guerriglia”. Nel mirino rientrano strumenti e uomini di potere, il conflitto non è più solo tra operai e padrone ma tra Proletari e Stato. “La partita con lo Stato non sembra più essere rimandabile o, per lo meno, questo è il punto di vista che tutta l'area dell'Autonomia matura”. La forza che la classe esprime in sé è sul punto di esplodere: fabbriche, scuole, università non funzionano più come ingranaggi del sistema capitalistico, eppure si presenta una sfasatura organizzativa. L'Autonomia mantiene distinti lavoro legale e lavoro illegale, anche se le forze destinate all'illegale diventano sempre più cospicue. La direzione politica si mostra titubante, l'organizzazione militare non è al livello di quella della macchina statale che vanta un'esperienza di lungo corso. Bisogna precisare che per l'Autonomia è difficoltoso ricostruire il percorso militare, a differenza delle BR che, avendo risolto il militare nel politico, hanno prodotto testi anche sul militare. Tra i tanti intoppi che il movimento è obbligato a porsi, c’è lo sbilanciamento delle forze 'materiali': “Nel momento in cui la partita che inizia è tra Proletari e Stato e la posta in palio è la conquista del potere politico l'asimmetria delle forze militari che i due contendenti sono in grado di mettere in campo è ovviamente notevole. Da una parte vi è una macchina burocratica e militare potente e attrezzata, dall'altra un grande potenziale storico dotato di mezzi scarni e modesti. Un confronto sproporzionato che può essere risolto a proprio vantaggio solo imponendo al nemico un tipo di combattimento nel quale, la sua superiorità, non è fondamentale. Questo terreno è la guerra partigiana.” La guerra partigiana consente di far fruttare un logistico modesto e consente una certa autonomia ricreativa e rigenerativa. La formazione dei nuclei non necessità di grandi mezzi ed è spontanea, la forma banda assume un ruolo identitario importante. Allo stesso tempo, si fa difficile creare una “direzione” politica, ciò non togliendo, contrariamente a quanto si è fatto credere, che l'Autonomia fosse ben radicata e inserita nella classe. Avviene qualcosa di simile alla Resistenza quando “le strutture partigiane si formavano senza direttiva, e la maggior parte dei suoi militanti impara l'arte del combattimento, della lotta clandestina, della guerra in montagna o della più difficile guerriglia urbana soltanto praticandola e dovendosela in qualche modo inventare”. S., un autonomo di Milano dice: “non c'è un modello unico ed egemone. C'è un accordo di fondo sulle linee guida. D'altra parte se guardi come si organizza la diffusione del contropotere operaio armato, questo sembra inevitabile. Anzi, si può dire che l'estensione del contropotere operaio armato segua a pieno la teoria maoista dei cento fiori, piuttosto che la rigidità di un programma solido e definito una volta per sempre. Sembra quasi un paradosso, ma noi che siamo considerati degli iperleninisti agiamo da maoisti, mentre i maoisti sembrano più leninisti di noi. Sono le Br, infatti, che operano in quella direzione, (...) sembrano avere una concezione del processo rivoluzionario sostanzialmente lineare. (...) per noi al contrario, la storia è sempre un processo che avanza per balzi e ogni fase presenta caratteristiche nuove e diverse (...)”. La sinistra extraparlamentare comincia ad attraversare una crisi che si focalizza intorno alla questione della violenza della lotta armata.

I due capitoli “La guerriglia diffusa (parte prima e parte seconda)” sono dedicati alla ricostruzione degli eventi dell’intenso biennio 1977-1979. Una ricostruzione degli eventi come pure una lettura politica lineare di questo biennio così gravido di conseguenze per gli anni a venire risultano non solo impossibili ma anche assolutamente inutili. Non si tratta, infatti, di anni lineari. L’Italia del 1975-1976 è un paese ancora a dominanza “operaio-massa”. Ossia intorno alla figura dell’operaio, nelle lotte politiche, in un processo a cascata si è data la possibilità di unire in unico fiume i mille rivoli dei molteplici fronti dello scontro di classe. E’ intorno a questa figura e soprattutto alle sue “forzature” che si è resa possibile sia la ricomposizione del proletariato in quanto “classe per sé”, sia l’assunzione cosciente delle conquiste del potere politico.
L’elezioni del 1976 segnano un enorme avanzamento del PCI che rischia di diventare il primo partito italiano. A preoccupare la classe dominante non è tanto il risultato elettorale quanto il dato politico che esso esprime: il rapporto di forza che la classe operaia è in grado di esercitare. Il contropotere operaio è fuoriuscito dalle fabbriche conquistando i territori e mettendo sotto assedio il potere borghese (sono del ’76 gli scontri alla Scala portati avanti dal proletariato milanese). Da questo punto di vista è allora evidente l’uso tattico che l’Autonomia fa del partito riformista: “ sotto la spinta della lotta autonoma operaia, il riformismo del Partito non può che spingersi sempre più avanti.”
Se ancora nel ’76 l’irrompere della forza politica e dell’egemonia culturale della classe operaia è elemento costitutivo della scena politica del paese, già sul finire del ’77 il clima politico appare cambiato. Non si tratta semplicemente di un adeguamento di fase ma di una vera e propria svolta negli assetti del capitale. L’offensiva politica che il comando capitalista lancia nei confronti della classe ha un obiettivo ben preciso: annientare la composizione di classe. “Inizia così un massiccio e repentino programma di ristrutturazione del modo di produzione capitalista che svuota le grandi concentrazioni operaie e manda in frantumi la figura politicamente egemone dell’operaio massa. I processi tramite cui tutto ciò viene attuato sono quelli di delocalizzazione, esternalizzazione, deregolamento (dilagano i fenomeni del lavoro nero, dell’economia sommersa, della terziarizzazione). Tutto ciò comporta quella che viene definita come trasformazione della città in fabbrica diffusa, dove diventa sempre più difficile individuare la figura egemone e centrale in grado di unificare l’intero fronte di classe. In qualche modo ciò che con il ’77 viene meno o comincia a diventare sempre più difficoltoso è la messa a fuoco dei contorni precisi dell’ amicizia e dell’inimicizia di classe. Da questo punto di vista il progressivo affermarsi e diffondersi delle pratiche di guerriglia e combattimento rappresentano la risposta immediata al farsi sempre più incerta della visione politico strategica complessiva del fronte proletario.

Nel secondo capitolo dedicato al biennio ’77 – ’79, ad essere prese in considerazione sono le conseguenze che il riassetto e la svolta negli assetti del capitale comportano da una parte sul versante istituzionale, dall’altro sulle strategie e le tattiche del contropotere operaio. Il Partito riformista cambia definitivamente faccia: “il PCI da partito del riformismo operaio diventa il migliore agente e interprete del riformismo del capitale.” D’altra parte solo il PCI con la sua struttura organizzativa e il suo grado di penetrazione nei territori e all’interno delle masse è in grado di svolgere il compito decisivo per le sorti della controrivoluzione di disciplinamento e normalizzazione dell’enorme potere eversivo conquistato dal proletariato nel corso delle lotte a partire dal ’69. “L’ Autonomia individua nelle azioni poliziesche portate avanti dallo stato più che una logica meramente repressiva una coerente logica militare in grado di adeguare l’agire delle forze di polizia all’intensificarsi del conflitto politico in corso”. Se lo Stato tende a farsi Società, ovvero ad esercitare un potere totalizzante sulla varietà dei mondi sociali, questo comporta la generalizzazione del nemico: “se lo Stato è ovunque, il nemico è dappertutto”. L’autonomia, potendo ormai vantare un ambito di influenza assai ampio, da vita alla pratica della guerriglia diffusa. “Da un punto di vista organizzativo e a maggior ragione sotto il profilo politico-militare, l’autonomia si mostra più come un frastagliato insieme di torrenti burrascosi piuttosto che la piena dirompente di un unico e maestoso fiume”. In questo momento all’interno di quest’area si comincia a manifestare uno sganciamento del militare dal politico. Paradossalmente proprio nel momento in cui il deficit logistico e organizzativo viene superato, viene a mancare la base di masse che ha imposto e legittimato il ricorso all’armamento della classe.
“In realtà il passaggio alla guerriglia diffusa comporta una sovversione in piena regola delle logiche del politico e della guerra. Centrale sia nel pensiero politico, sia nella strategia militare è l’individuazione concreta del nemico. Generalizzare l’idea di nemico comporta il renderlo indistinto, infine depoliticizzarlo, delegittimando a sua volta il ruolo stesso della politica”. Ora la controparte di una nemicità indistinta è l’indistinzione anche nella definizione dell’amicizia di classe. A diventare decisivi sono allora i punti di vista soggettivi con un’inevitabile tendenza al soggettivismo e al militarismo: inevitabile in quanto dovuta al cambiamento strutturale che ha attraversato la società italiana. Il nemico non ha più una definizione oggettiva e perciò centrale diviene la sua individuazione a partire dalle “pratiche soggettive”. E’ in tale contesto che il combattimento assunto quasi come valore in sé, tende a rendersi autonomo dal politico. L’eccedenza del militare, l’assenza di un orizzonte politico strategico in cui è inserito, comporta il passaggio dalla figura del rivoluzionario a quella del ribelle. Con la fine di questo biennio d’intensità straordinaria il programma operaio appare avviato a divenire manifesto dei ribelli.

Nel capitolo 1980 – 1984 Crisi, tramonto, sconfitta vengono affrontate le risoluzioni strategiche adottate delle altre organizzazioni comunista combattenti di fronte alla crisi profonda da cui il movimento operaio è investito, crisi di cui gli eventi Fiat del 1980 danno una perfetta rappresentazione. “L’autunno torinese apre sugli anni ’80 e su un modello politico, sociale e culturale la cui storia è ancora tutta da scrivere. Uno scenario che rompe il quadro politico di classe all’interno del quale l’ipotesi del potere si era determinata ma che non sembra intaccare una spiccata tendenza al combattimento per intere aree di giovani militanti passati attraverso l’esperienza del ’77. Le Brigate Rosse conoscono in questo periodo una serie di scissioni: - la Walter Alasia, colonna milanese, quella che rimane maggiormente ancorata alla fabbrica – Il Partito Comunista Combattente che privilegia la dimensione avanguardistica e internazionalista – Il Partito Guerriglia, la parte maggioritaria delle Brigate Rosse, che teorizza il passaggio dalla città alla metropoli e alla guerra a tutto tondo nella metropoli che rappresenta la materializzazione della società del capitale. Prima Linea, al contrario delle Brigate Rosse, che in questo periodo si pongono il problema del salto d organizzazione a Partito, si pone il problema opposto quello del passaggio da organizzazione a banda. Per Prima Linea l’eclissi dell’operaio massa finisce per ratificarla fine del politico: l’ipotesi è quella delle molteplici comunità belligeranti che ognuna a partire dalla propria soggettività scatena un conflitto endemico ma apparentemente privo di finalità contro ogni forma di dispotismo statuale. E’ evidente come il tratto comune a tutte queste esperienze sia la difficoltà e l’incapacità di dare risposte concrete da un punto di vista e pratico e teorico alle trasformazioni radicali avvenute all’interno della classe. “ In qualche modo le categorie analitiche classiche del marxismo non sembrano più in grado di svolgere il tradizionale ruolo di scienza di classe, capace di leggere e anticipare le mosse del nemico”. Con il venir meno di una chiara identificazione del nemico, è il terreno stesso del politico che sembra sgretolarsi.

Nell’ultimo capitolo Il politico al tramonto viene fatta un’analisi della fase di riflusso della lotta di classe che si inaugura con gli anni ’80, un’analisi del nuovo assetto capitalistico che si afferma in questo periodo e delle problematiche che questo pone dal punto di vista dell’organizzazione e della ricomposizione di classe. Ciò che con gli anni ’80 sembra determinarsi è la definitiva messa in mora delle categorie del politico. Anche le sole parole chiave della lotta rivoluzionaria : classe, lavoro salariato, proletariato, imperialismo ma soprattutto “nemico” escono dall’uso comune e vengono accantonate. La stessa “forma partito” esce di scena. “ La politica non delimita più un campo di appartenenza e/o avversione esistenziale ma diventa il semplice spazio dove si confrontano dei punti di vista. Ciò che inizia a prendere forma è la messa in atto di un discorso completamente autoreferenziale e sganciato dalla vita materiale. “L’agire trasformazione sociale”, parola d’ordine dell’ala operaista che con il Manifesto dei 51 comincia quel percorso di dissociazione che sostanzialmente si presenta come manifesto di dissociazione dal politico. Il disastro cui il Movimento No Global va incontro durante le giornate genovesi del 2001 rappresenta l’esito di questo processo. D’altro canto l’eclissi del politico, il venir meno di una solida e efficace teoria rivoluzionaria (senza teoria rivoluzionaria, non esiste movimento rivoluzionario) corrispondono al mutamento radicale degli assetti capitalistici e della “forma stato” come comitato d’affari della borghesia. In Italia la forza e il potenziale rivoluzionario che la classe operaia aveva messo in campo negli anni ’70 aveva determinato un concentrarsi da parte delle organizzazioni comuniste sul piano nazionale, rimanendo ancorate ad un orizzonte esclusivamente locale. Gli anni ’80 con la ristrutturazione capitalistica che si portano appresso sono la fase di passaggio che prelude al pieno manifestarsi anche in Italia dello scenario determinato dalla fase del capitalismo globale. La società degli anni ’80 si caratterizza come società dove a prevalere è la figura dell’individuo isolato e atomizzato, dove a contare è solo lo stile di vita prescelto, società in cui non ha più alcun significato la lotta per il raggiungimento di obiettivi collettivi. Una società che si autorappresenta come “post-materiale”, incentrata sul piacere e sull’edonismo, pacificata e ormai immune da crisi e conflitti. Ciò che ne resta fuori viene ascritto al piano del patologico, dell’esclusione sociale. Naturalmente si parla di una società esclusivamente occidentale, perché al di fuori del mondo occidentale le cose vanno ben diversamente. All’interno di questa società sembra aver senso tutt’al più parlare di “imperialismo culturale”. Ora nel giro di meno di un decennio l’imperialismo con la tendenza alla guerra, tutt’altro che meramente culturale, che gli è propria e le contraddizioni del capitalismo globali si fanno evidente anche nelle società “pacificate” occidentali. Il fenomeno dell’immigrazione appare, da questo punto di vista, la cartina tornasole. Il capitalismo globale mostra ben presto la sua tendenza: esso ha bisogno di disciplinare al lavoro quote sempre più ampie di popolazione creando forza lavoro indifferenziata, malleabile, flessibile e continuamente sotto ricatto. “ Una condizione che, se nel lavoratore migrante trova la sua migliore esemplificazione, ha finito per modellare TEMPO ed ESISTENZA di una parte considerevole delle popolazioni locali ascrivendole al mondo del lavoro subordinato. In questo scenario due sono le suggestioni che nell’ottica di una riorganizzazione di classe efficace per un movimento rivoluzionario comunista sembra necessario cogliere e sviluppare. “Da una parte il capitalismo globale sembra portare con sé un decisivo ridimensionamento del potere dei governi nazionali, fortemente depotenziati e messi sotto controllo delle agenzie multinazionali. Per il capitalismo globale si tratta di garantire una continua riproduzione di produttori a basso costo, posti nella condizione di non nuocere, scongiurando così qualsiasi ipotesi di resistenza”. E’ dunque una strategia capace di tenere conto della ridefinizione del potere statale non più strettamente nazionale quella di cui le classi subordinate hanno bisogno. L’altro dato importante è la condizione materiale cui il capitalismo globale ascrive i subalterni. “In poche parole il capitalismo globale può svilupparsi solo a condizione di universalizzare i modelli di controllo e disciplinamento più rigidi, deregolamentando ogni forma di diritto e relegando, almeno in tendenza, le classi subalterne a semplice vita biologica. Si assiste così a un curioso interscambio. La base tecnica del Primo Mondo è esportato nell’ex-Terzo Mondo mentre il modello sociale di questo, per corpose quote di popolazione, è importato nel Primo. La tendenza vigente nelle società attuali sarebbe quella di ascrivere nuovamente gli esseri umani all’interno di due ordini di grandezza incommensurabili: la bella vita da una parte e la nuda vita dall’altra”. Tale orizzonte può essere definito in qualche modo postcoloniale. Le classi subalterne sono le classi estranee alla condizione di individuo cittadino. “La figura del migrante sembra assumere una valenza generale poiché per quanto paradossale possa apparire, può essere tranquillamente estesa a tutti coloro che precipitano nella condizione poco appetibile dei dannati delle metropoli. Tutta la partita sembra allora giocarsi sulla capacità delle classi di tenere insieme le lotte in un orizzonte globale unitario, recuperando la dimensione internazionalista del conflitto, e di ripensare le categorie marxiane alla luce del mutamento epocale apportato dalla fase del capitalismo globale. Se la tendenza nelle metropoli globali sembra essere quella di una messa in forma di nuove società dell’apartheid, lo scontro di classe sembra poter essere ricondotto “alla linea del colore”. Se proletariato e borghesia rimandano ad una relazione conflittuale che ha come suo presupposto la non svalutazione, almeno dal punto di vista concettuale, dell’avversario, la guerra tra bianco e nero è per definizione effetto di un rapporto di potere asimmetrico, fondato sulla pretesa ad un dominio “naturale”, “biologico”. Tanto è vero che l’ordine discorsivo delle classi dominanti bolla come folle e deviata la sola idea dell’abolizione dello stato presente delle cose. Lo Stato al suo interno non conosce più nemici ma devianti, mentre solo canaglie e banditi lo minacciano nella sfera internazionale. Questo a grandi linee lo scenario globale che si va costituendo. E’ dunque su questo terreno che le lotte e le resistenze dei subalterni devono misurarsi.



Proprio a partire da queste considerazioni prende le mosse quello che sarebbe dovuto essere l’ultimo capitolo del libro ma che in Italia è rimasto inedito, Il gemito degli oppressi.
Il capitolo inizia mostrando come il concetto marxiano di accumulazione originaria, categoria tramite cui Marx identifica il meccanismo di rapina, dominazione e violenza con cui il capitalismo riproduce continuamente se stesso, continui ad essere assolutamente valido per l’epoca del cosiddetto capitalismo globale. Ciò che lo distingue dalla fase dell’imperialismo classico sembra essere il venir meno delle tradizionali linee di confine tra Primo e Terzo mondi: “le diverse forme in cui i corpi sono messi al lavoro al fine di trarne ricchezza coabitano all’interno del medesimo spazio geopolitico a forme di controllo differenziate”. Questo comporta dunque mutamenti non secondari nella forma guerra tramite cui il capitale assicura il suo dominio. Se il capitalismo globale non ha certo espunto il conflitto dai nostri mondi, anzi in un certo senso lo ha acuito, facendo emergere in maniera sempre più dirompente i caratteri antagonistici e conflittuali dei subalterni, la classe e la sua tradizionale composizione sembrano vivono una crisi radicale. Nello scenario del capitalismo globale certamente la scienza marxista rimane il principale strumento critico nelle mani dei subalterni ma uno sguardo attento sulla realtà mostra come le ricadute che l’era del capitalismo globale ha apportato non sono secondarie. Il delinearsi delle linee dell’amicizia e dell’inimicizia obbligano ad un lavorio di ricerca ed analisi eall’elaborazione di ipotesi politiche e organizzative capaci di ridare forza alle lotte dei subalterni. Da questo punto di vista nel capitolo vengono prese in considerazione alcune esperienze di lotta ritenute particolarmente significative perché consentono di considerare criticamente termini quali”popolo”, “razza”, “etnia” o “colonizzati”, “cultura”, “religione”, in quanto elementi costantemente coabitanti con la condizione proletaria ma al contempo portatori di caratteristiche e peculiarità proprie che a loro volta incidono sull’agire concreto dei movimenti politici e sociali da questi messi in campo. Ad essere presi in considerazioni sono le lotte sviluppatesi nella banlieue francese, la resistenza dell’Islam politico, il movimento nero americano da Malcom X alle Black Panters, la resistenza algerina e quella irlandese. Ciò che queste lotte hanno in comune è il partire dalla condizione di “colonia interna” in una società a capitalismo avanzato: quello che nell’era del capitalismo globale sembra diventare l’elemento normativo e ordinativo delle metropoli. Quello che di interessante hanno da dire queste lotte e queste resistenze sono le strategie messe in campo: “per i subalterni non si tratta, perché profondamente irrealistico, di conquistare il potere politico attraverso l’assalto al Palazzo d’Inverno ma di costruire e costituire un potere autonomo all’interno del conteso in cui si opera”. Costituire cioè una sorta di dualismo di potere nell’ipotesi di una guerra di lunga durata la cui dimensione è affrontabile solo sul piano internazionale. Il dato forse più significativo che emerge da queste esperienze è come di fronte ad un dominio imperialistico che opera tramite la svalutazione e la riduzione del nemico a marginale e deviante se interno, terrorista se esterno, perché i subalterni si pongano nella prospettiva di dare l’assalto al cielo occorre, per prima cosa, costruire un modo nuovo e diverso di intendere le relazioni con i propri simili. I territori dei “colonizzati” devono diventare, con ogni mezzo necessario, luoghi sicuri per la popolazione, luoghi di socializzazione, solidarietà e auto-organizzati.

Un capitolo che lo stesso autore definisce un work in progress, capitolo denso di prospettive rispetto alle quali potrebbe essere utile ipotizzare un percorso di approfondimento critico e politico.

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